tricoli

 ASSICURAZIONE

QUADERNI DELL’ISTITUTO SICILIANO

DI STUDI POLITICI ED ECONOMICI

NUOVA SERIE – PALERMO

 

GIUSEPPE TRICOLI

 

IL FASCISMO E LA LOTTA

CONTRO LA MAFIA

 

1) – La Sicilia “sequestrata”

 

Negli anni immediatamente precedenti il primo conflitto mondiale, Giovanni Gentile, in una serie di saggi pubblicati sulla crociana “La Critica”, dopo aver ripercorso le varie fasi del movimento intellettuale dell’isola nell’età moderna, riteneva di poter concludere le sue riflessioni con la tesi del “Tramonto della cultura siciliana”, nel senso di una benefica e positiva confluenza di questa ultima nell’ambito della più vasta ed unitaria cultura nazionale italiana. In realtà, la tesi gentiliana corrispondeva più al grande sforzo della cultura idealistica italiana di creare moralmente, come atto di volontà, una salda coscienza unitaria, che alla realtà effettuale del momento storico. E, comunque, se essa aveva un riscontro in certa cultura accademica, non egualmente si poteva affermare per il complessivo quadro politico, economico e sociale dell’isola, che, in tal caso, più puntuale doveva, invece, considerarsi il riferimento, ancora, a una Sicilia “sequestrata”, secondo l’immagine che lo stesso Gentile aveva coniato per i secoli precedenti.

Ancora nel primo dopoguerra, il grande fermento di idee e il notevole movimento degli spiriti – che nella penisola aveva sostanziato l’opposizione dell’intellettualismo più moderno e vivace al blocco giolittiano e, successivamente, si era travasato nella tematica interventistica e nel crogiolo della “guerra rivoluzionaria”, animando i livelli più significativi del dibattito politico-culturale del periodo post-bellico – in Sicilia riusciva a trovare appena una flebile eco in ristretti circoli, impossibilitato, come era, a penetrare in profondità nella realtà politica e sociale, dominata da un rigido sistema che, nello involucro della cosidetta ideologia sicilianista, perpetuava i tradizionali interessi del latifondismo agrario, attorno a cui si aggregava, in un blocco più che compatto, grazie alla fitta rete di mediazioni delle cosche mafiose, delle sette massoniche, delle clientele locali, la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica siciliana.

Certo, l’isola non aveva ignorato e non ignorava i movimenti ideologici e culturali nuovi: e l’illuminismo, il romanticismo, il liberalismo, il socialismo erano, sia pure con ritardo, penetrati in Sicilia, ma qui, passati attraverso il filtro del sicilianismo, avevano finito col perdere la loro carica di novità, col devitalizzarsi ed, insomma, ad acconciarsi, infine, alla situazione esistente e a integrarsi, in ultima analisi, nel blocco storico dominante, contribuendo a perpetuare uno stato di sostanziale immobilismo.

Sicché non deve meravigliare che, alla conclusione del conflitto mondiale, lo stesso movimento combattentistico, che nelle altre parti d’Italia avrebbe portato tanti fermenti nuovi e incuberà, negli anni travagliati tra il ’19 ed il ’22, gran parte del fenomeno fascista, in Sicilia, dopo aver tentato, di acquistare una fisionomia autonoma, finisse per essere irretito, prima, nella fitta rete del complesso sistema partitico-clientelare e fagocitato, poi, nelle coalizioni dei partiti esistenti: dal liberalismo orlandiano, alla nittiana democrazia sociale, al socialriformismo. 2) –

 

 

2) – II fascismo siciliano delle origini

 

In una siffatta situazione, di immobilismo quasi astorico e di conformismo, si può facilmente comprendere come improbo dovesse presentarsi il compito della penetrazione in Sicilia del fascismo: espressione di una cultura “eretica” e di una politica massacrante. Non mancavano, è vero, nell’isola, focolai di cultura interessanti per i fermenti nuovi, grazie al magistero di alcune figure emergenti, ma già di autentico spessore intellettuale, che si enucleavano ed esprimevano attorno alle idee del nazionalismo, del futurismo, Cfr. G. Iannelli- L’azione futurista in Sicilia … in F.T. Marinetti – Teoria e invenzione futurista – Milano. 1968, pp. 452 sgg. del dannunzianesimo e del fascismo.

Nella Sicilia orientale, fervidi erano i nuclei che si formavano attorno al professore Edoardo Cimbali, titolare della cattedra di Diritto Intemazionale a Catania, in cui si distinguevano i nomi dei fratelli Grazio e Luigi Condorelli o di Gaetano Zingali, destinati a diventare grandi nomi della cultura medica e giuridica; ovvero quelli che si raccoglievano con lannelli, Nicastro ed altri nelle redazioni delle riviste e dei giornaletti del futurismo politico. Ancora, giovanissimi intellettuali come Aniante, Anfuso, Vitaliano Brancati, Giuseppe Villaroel, con fogli più o meno effimeri e con l’ardore attivistico, esprimevano sulla tastiera dei motivi fascisti, dannunziani e nazionalisti la loro rivolta contro l’Italia passatista, cercando di squarciare la fitta e grigia tela del conformismo culturale o la plumbea e pesante atmosfera della provincia siciliana. Ma si trattava, fondamentalmente, di persone, gruppi e nuclei i quali, ancorché esprimessero fermenti di respiro europeo e nazionale, finivano col risultare emarginati, con l’apparire veri e propri déracines, in una realta culturale, come quella siciliana, sostanzialmente marginale, sicché le loro idee non riuscivano ad avere incidenza politica e tanto meno a formare una base di massa.

Ancora più desolante era la situazione nella Sicilia occidentale, dove il latifondo e la mafia erano le manifestazioni più evidenti di un quadro di arretratezza e di immobilismo e dove soltanto attorno ad uno storico già affermato come Francesco Èrcole, il circolo di Alfredo Cucco e Biagio Pace – giovani intellettuali destinati ad avere un nome nel campo degli studi di medicina ed archeologia – con un gruppo di studenti, arditi, reduci e il periodico “La Fiamma Nazionale”., si sforzavano di propagandare le istanze nazional-fasciste.

Un’eccezione, in questo quadro globale, può considerarsi la situazione della Sicilia sud-orientale, dove, tra la fine del 1920 e gli inizi del ’21, analogamente a quanto avveniva nella pianura padana e nelle Puglie, era riuscito ad affermarsi il cosidetto “fascismo rurale” che aveva raggiunto anche una consistente forza organizzativa: espressione del dinamismo politico e sociale di una zona che aveva portato i quadri produttivistici dei piccoli e medi imprenditori agricoli, peraltro penalizzati da una negativa congiuntura economica, a scontrarsi con un’agitazione rossa fomentata in chiave chiaramente bolscevica e diretta al boicottaggio della produzione e all’occupazione indiscriminata anche di terre ben coltivate. Un’eccezione che non modifica tuttavia il quadro generale della precarietà del fascismo siciliano antemarcia, esemplificato dalla assenza di liste fasciste alle elezioni politiche del ’21 che vedono, invece, nella penisola, il primo grande successo del nuovo movimento e la formazione di una sua rappresentanza parlamentare.

 

 

3) – La lotta al sistema

 

Cosicché, all’indomani della marcia su Roma, gli ambienti egemoni siciliani, nel focalizzare, in modo strumentale e mistificante, il fascismo nella loro logica conservatrice, come movimento “restauratore dell’ordine”, potevano affermare che esso non era stato necessario in Sicilia, perché la società siciliana aveva saputo preservarsi autonomamente dal “pericolo rosso”.

Un’interpretazione con cui i tradizionali ceti dominati tentavano un’ennesima manovra gattopardesca, per irretire il fascismo nelle spire avvolgenti della tradizionale logica sicilianista e, in definitiva, per inglobarlo nel proprio quadro ideologico e privarlo di ogni funzione politica nell’isola.

Un’interpretazione, comunque, contro cui reagirà Giovanni Gentile nel suo famoso discorso palermitano del 31 marzo 1924.

“In Sicilia, si dice”, – affermerà il filosofo dell’idealismo -” è mancata quell’opera lunga e insistente di corrosione dello Stato e della coscienza nazionale che fu esercitata in altre province dal socialismo in tutte le sue forme e degenerazioni. È mancata la malattia; or come può giovare la medicina? E perché vi si dovrebbe ricorrere? Fascismo, ho sentito più volte affermare con grande sicurezza, non c’è in Sicilia, perché non v’era stato il nemico, che il Fascismo è nato a combattere”.

Un’opinione comune, abilmente diffusa e propagandata, con una sottile manovra volta a mostrare il carattere contingente del movimento fascista, contro cui Giovanni Gentile prendeva posizione per rivendicare, invece, l’ampio respiro spirituale e politico del fascismo, ricostruirne le origini culturali, metterne in evidenza la sostanza ideologica nuova e, al di là del contingente e’ riduttivo significato antibolscevico, assumerlo al ruolo di protagonista del rinnovamento e della trasformazione dello spirito, dello stato e della società italiani.

Al fascismo siciliano, in particolare. Gentile riconosceva il compito di combattere, per sgombrare gli “strati ancora spessi di vecchi detriti della corrotta politichetta delle clientele campanilistiche o parlamentari”, per sconfìggere certi “vecchi che sorridono, fanno i conti, impettiti per le loro aderenze coi soliti manipolatori e traffichini che non si danno ancora per vinti”. E concludeva con una esortazione ai giovani siciliani che era, nel contempo, un chiaro messaggio politico:

“Voi siete i portatori di uno spirito rinnovatore, che farà sorgere, numerose, armate della fede invincibile, le falangi che spazzeranno, non ne dubitate, tutte queste tarlate carcasse che ingombrano ancora i circoli e le piazze”.

Gentile, dunque, metteva l’accento proprio su quelle motivazioni che avevano animato culturalmente ed attivistica-mente, ancorché, a volte, non razionalmente chiarite, quel movimento incandescente del primo nazionalfascismo in cui l’estetismo dannunziano e futurista, da una parte, l’arditismo e l’attivismo combattentistico, dall’altra, nel fondersi coi miti patriottici e nazionalistici, si risolvevano volontaristicamente in un’evasione dalla realtà presente che traduceva concretamente il ripudio della vecchia Italia provinciale e passatista ed esprimeva l’istanza di una società nuova, moderna, europea. Un’evasione e un ripudio che avevano bisogno di esprimersi in forme idealistiche e irrazionalistiche, in un attivismo frenetico e “vociante”, quanto più la realtà si presentava torpida, sorda ed immobile, come appunto in Sicilia, ma non per ciò mancavano di indicare politicamente gli obiettivi da colpire: che erano quelli dei vecchi partiti, delle camarille locali, dei gruppi di interesse, delle cricche personali, delle cosche maliose. Insomma, proprio l’assenza o la scarsa virulenza, in Sicilia, del pericolo rosso, del bolscevismo, avevano fatto porre, nella pubblicistica e nei primi documenti programmatici del nazional-fascismo siciliano, l’accento sulle istanze fondamentali del movimento e, in particolare, sulla fatiscenza del sistema liberale, come si manifestava nell’isola con i mille particolarismi culturalmente stantii, moralmente corrotti, politicamente trasformisti, mediati dalla mafiosità locale, in funzione di cerniera, a favore del blocco di potere economicamente fondato sulla rendita latifondistica.

Fin dal novembre del 1919, “La Fiamma Nazionale” di Alfredo Cucco e Stefano Rizzone Viola – un periodico che, mutuando a livello siciliano i temi più pregnanti della rivolta antigiolittiana, così come erano stati filtrati, nell’anteguerra, dall’esperienza vociana e dalle riviste del nazionalismo corradiniano, e gli argomenti della polemica politica post-bellica, alimentata dai concetti della “guerra rivoluzionaria” e della “vittoria mutilata”, sarebbe stato, per tanto tempo nell’isola, l’espressione più lucida di un personale politico nazional-fascista emergente, in opposizione ai quadri del vecchio mondo liberale, mobilitati in un’azione di ricomposizione e di restaurazione del quadro politico prebellico – aveva individua-to, con sufficiente approssimazione, in un articolo che si può già considerare programmatico, gli obiettivi da colpire ed il metodo da seguire.

“Ci siamo posti contro uomini che non rappresentano partiti, ma personalità” – scriveva l’articolista – “non interessi nazionali in generale, ma interessi di cricche e di clientele burocratiche. La nostra non è opera di sedizione, ma di integrazione e, risanando, non faremo la nostra debolezza, ma quella degli avversar!”. (6)

Un tema destinato ad essere ricorrente in quella diffusa, anche se spesso effimera, a causa delle carenze finanziarie, stampa periodica nazionalfascista che spontaneamente nasceva un pò ovunque in Sicilia, grazie all’entusiasmo di giovani studenti e combattenti: fogli come “II fascio di Siracusa”, “II fascio di Comiso”, il “Giornale” di Catania, nel professare la loro profonda fede antibolscevica, con altrettanta decisione esprimevano il loro netto rifiuto nei riguardi del vecchio mondo liberale, giudicato decrepito e corrotto.

Un messaggio che, se non riusciva a penetrare diffusamente nell’opinione pubblica siciliana o ad aggregare una base di massa, tuttavia veniva valutato obiettivamente come una sfida al vecchio ordine, cui non sfuggiva la carica rinnovatrice e rivoluzionaria, sempre pericolosa in prospettiva, rappresentata da una sezione del fascio, aperta talvolta nel cuore della profonda provincia siciliana e presidiata da un pugno di giovani reduci i quali, al di là del chiarimento intellettuale, avevano colto nel lampo illuminante dell’esaltante esperienza bellica, tutta l’arretratezza, la fatiscenza e l’ingiustizia del sistema mafioso, contro cui non esitavano a rivolgere il loro gesto beffardo e dissacratore.

Durante il periodo “antemarcia” in cui sarebbero caduti trucidati, ad opera dei rossi, Gigino Gattuso a Caltanissetta e Giorgio Schirò a Piana dei Greci, cadevano vittime di agguati mafiosi il giovane fascista di Misilmeri Mariano De Caro, che, alcuni anni dopo, il prefetto Mori avrebbe ricordato come “partecipe di un’avanguardia sulle insidiate vie di un sogno di redenzione cui egli diede con siciliana passione la sua balda giovinezza quando il farlo parea follia ed era eroismo”, ed a Vita, “soggiogata dalle grigie brume mafìose”, il locale segretario del fascio Domenico Perricone “colpito a morte dal piombo proditorio della delinquenza, mal rassegnata a cedere di fronte al Fascismo”.

E tuttavia, l’intimidazione mafìosa e, ancor più, il gretto conformismo degli ambienti locali, ben irretiti nella tradizionale rete di interessi gestiti dai ceti dominanti, grazie alla mediazione delle vecchie clientele politiche, dovevano dimostrarsi ben resistenti, pur al cospetto dei generosi sforzi del giovane nazionalfascismo se, ancora nel 1922, questo non era in grado di potere esprimere, specialmente nella Sicilia Occidentale, una sia pur modesta rete organizzativa e, soprattutto, di mobilitare le coscienze siciliane attorno al programma del movimento nazionale con uno spirito nuovo, oltre il vecchio e deplorevole costume del favoritismo e della corruzione. Nonostante il prodigarsi dei quadri centrali del nazionalismo, del fascismo e del sindacalismo nazionale che con Federzoni e Zanetti, l’uno, con Starace, Teruzzi e Bolzon, l’altro, tentavano di conferire ai rispettivi movimenti una fisionomia sempre più marcata, al fine di dare maggiore incisività e capacità di penetrazione alla loro azione, i risultati non potevano, certo, dirsi soddisfacenti e la Sicilia continuava a dimostrarsi impenetrabile nel suo vecchio involucro, sicché essa minacciava di diventare, come affermava un documento del Comitato Centrale fascista dell’agosto del ’22, il ricettacolo di “tutto il marciume che noi cacceremo da Roma”, se non si fosse pensato a riscattarlo in tempo da “tutte le incrostazioni e gli infeudamenti del passato”.

 

 

4) Manovre gattopardesche

 

La marcia su Roma e l’avvento al potere di Mussolini avrebbero modificato radicalmente il tipo di rapporto fino allora esistente tra la società politica siciliana ed il fascismo: secondo una secolare, sperimentata prassi, poi resa efficacemente dal Tornasi di Lanpedusa nell’immagine del gattopardismo, gli ambienti più influenti della società siciliana incominceranno a muoversi, inizialmente, attraverso il loro personale di fiducia, sia al vertice, sia negli ambienti locali, con una manovra avvolgente mirante a coprire i vasti vuoti dell’organizzazione fascista nelle province siciliane, per conquistare il fascismo dal di dentro e, in definitiva, per coinvolgerlo ed integrarlo nel tradizionale blocco dominante.

Si inizia così una difficile ed insidiosa partita le cui infinite mosse sono ben riflesse nel vasto carteggio della direzione del P.N.F, del ministero degli Interni e della segreteria particolare di Mussolini , partita in cui il fascismo doveva contemperare varie e spesso contrastanti esigenze: da un lato, svolgere un’azione di proselitismo, per conquistare all’organizzazione fascista, in Sicilia, quella base sociale che fino allora era praticamente mancata, nonché irrobustire, e spesso sostituire, i quadri dirigenti, con l’inserimento di personale politico social-mente qualificato, epurare, inoltre, come d’altronde avveniva in gran parte dell’Italia, il movimento originario da quelle frange che dimostravano di concepire la violenza come fine a se stessa e non come strumento rivoluzionario; da un altro canto, nello stesso tempo, evitare di farsi travolgere dall’ondata di adesioni, di profferte, di pressioni, spesso espresse in modo subdolo e accattivante, resistere alla tentazione di guardare principalmente ad una prospettiva elettorale – che pur era importante, al fine di conquistare al nuovo governo fascista, almeno in quel frangente, una propria e sicura base parlamentare – orientarsi efficacemente, per secemere quanto in certa emergente fronda e resistenza dei quadri del primo fascismo siciliano ci fosse di sicura, di sincera difesa della purezza ideologica e della linea politica e quanto di preoccupazione per il mantenimento delle posizioni personali. Insomma, bisognava saper svolgere opera non semplice di selezione, al fine di riuscire a mantenere al giovane movimento fascista una chiara fisionomia politica ed una salda autonomia in questo difficile impatto con una realtà politica e sociale siciliana, più o meno occultamente manovrata da un ceto dominante, ben affinato, da una secolare e prammatistica politica, nell’arte di assorbire in modo indolore le “novità” o di travolgerle, come già avvertiva nel Cinquecento, un politologo del tempo, Scipione Di Castro, nel tentativo di fare evitare le insidie siciliane al nuovo viceré di Sicilia Marcantonio Colonna.

Gramsci, Dorso e Gobetti, nell’infuriare della polemica politica contro il fascismo, a proposito di questo rapporto tra fascismo e realtà siciliana, meridionale in genere, hanno scritto di una sostanziale cooptazione e integrazione del movimento fascinsta nel blocco agrario, ovvero di una ennesima operazione trasformistica che realizzava, col governo fascista, un blocco di potere sostanzialmente non diverso da quello instaurato dalla Sinistra e dal sistema giolittiano. Si tratta però di un giudizio schematizzante che, pur avendo influenzato la storiografia del secondo dopoguerra sul fascismo, con il suo classismo e/o moralismo, non regge ormai a una seria revisione storiografica che scruti ed osservi in profondità i reali processi politici ed i suoi complicati meccanismi, come si attuano e si muovono in Sicilia dalla fine del ’22, attraverso i travagliati anni del fascismo parlamentare, fino ai primi passi dell’organizzazione dello stato totalitario.

Senza avere la pretesa qui, che non è questa la sede, di chiarire, in tutte le sue vaste e complesse dimensioni, come si risolva il problema dei rapporti tra fascismo e sistema liberale nella sua versione siciliana – e non soltanto, ovviamente, sul piano istituzionale, ma anche su quello dei concreti rapporti politici, sociali ed economici con il ceto dominante che ne era l’espressione reale ed egemonica – ci limitiamo qui a soffermarci sulla linea politica adottata dal fascismo nei riguardi della mafia, per attribuire tuttavia ai risultati di questa indagine un valore paradigmatico, considerata la valenza sociologicamente e politologicamente interessante del fenomeno mafioso, come efficace e sperimentata cerniera del sistema siciliano nel rapporto tra ceto dominante e popolazione, come elemento di saldatura e cementazione del tradizionale blocco di potere isolano. Tanto più che, nei mesi in cui il nuovo governo fascista muove i suoi primi passi, i quadri più qualificati del potere siciliano, convinti ancora forse del carattere provvisorio ed effimero dell’esperienza mussoliniana, pur manifestando nei suoi confronti il proprio apprezzamento, avendola valutata, ovviamente, nei limiti di una funzione restauratrice dell’ordine, si astengono dal tentativo di controllare ed egemonizzare direttamente ed immediatamente il movimento fascista, preferendo, invece, muovere, in tal senso, le pedine dei quadri più ambigui del localismo municipale, della mafiosità di provincia ovvero alcune delle figure più marginali del personale politico.

Ebbene, al cospetto di tale ambigua manovra, l’azione compiuta dal fascismo, attraverso l’iniziativa politica del quadri più lucidi del movimento isolano, il lavorìo dei prefetti e la costante vigilanza e presenza in Sicilia di alcuni dirigenti nazionali del P.N.F., dimostra e sottolinea la volontà politica, pur in una delicata fase di transizione, quale è quella tra la fine del ’22 e le elezioni politiche dell’aprile del ’24, di combattere drasticamente il tentativo di inquinamento e di condizionamento del movimento, di preservarne l’autonomia, rispetto alle           componenti più caratterizzanti del vecchio sistema. Al di là della facile conquista di consensi e di indiscriminate aggregazioni, per rendere solido un puro trapasso di potere, l’impegno è rivolto alla creazione di un “partito nuovo” che realizzi, invece,           eliminando l’usato costume della “delega” e del riconoscimento della mediazione al vecchio blocco di potere, la presenza dello Stato nell’isola, in una prospettiva di rinnovamento della società siciliana. Tale volontà è dimostrata, già tra il novembre e il dicembre del ’22, non solo dall’azione dimostrativa antimafiosa compiuta dal nazionalfascismo palermitano, sotto la guida di Alfredo Cucco, a Corleone e Marineo, per protestare contro l’ennesimo eccidio mafioso, ma dalla vigilante azione pubblicistica degli organi più avveduti del fascismo siciliano che, per esempio, mettono in guardia di fronte all’improvviso filofascismo dell’onorevole Drago, un deputato social-riformista fortemente compromesso con le cosche delle Madonie, proprio “mentre il fascismo in pieno accordo col nazionalismo si           accingeva] a muovere una fiera lotta alla mafia rurale”.

Una vigilanza che permane in una costante tensione politica e morale nel corso del ’23, nel periodo, cioè, in cui, grazie alla maggiore intensità dell’azione governativa fascista, per la valorizzazione dei miti nazionali ed il riconoscimento dei sacrifici bellici, in loro nome sopportati, si manifesta un impetuoso movimento di spontanea adesione all’organizzazione del P.N.F., da parte di vasti strati di piccola borghesia, proveniente dal combattentismo, in cui tentano di inserirsi         abilmente anche personaggi ambigui ed arnesi mafiosi in cerca di nuove protezioni e di comodi mimetismi.

“È la mafia, questa piovra immensa e molteplice dai tentacoli profondi ed implacabili, ma tenaci ed adunchi, che assieme al vecchio deputato complice e cointeressato, tenta di insinuarsi nel campo fascista e, sotto la maschera tricolore e littoria, rifarsi la verginità o la impunità o una nuova possibilità di vita”, incalzava la “Fiamma Nazionale” di Palermo, mentre la “Giovane Sicilia” avvertiva che “troppo celermente, forse, in molti luoghi si è ceduto a questi politicanti fino ad ieri rappresentanti e protettori della malavita, che sotto l’etichetta fascista perpetuano ora metodi e sistemi che devono essere per sempre sepolti”.

A questa azione di vigilanza e denunzia del più cosciente e vigilante nazionalfascismo siciliano si accompagna immediatamente quella del governo che non esita ad incaricare i prefetti affinchè indaghino e sollecitamente gli riferiscano sul tentativo di occupazione dell’organizzazione fascista, da parte dei quadri della mafiosità locale. E il prefetto di Palermo non tarda a rispondere, denunciando le manovre di infiltrazione di elementi mafiosi nelle sezioni fasciste, “per potere esercitare qualche influenza sulle direttive del movimento, in specie nei centri rurali e in ogni caso per essere preventivamente e tempestivamente informati dei propositi del partito e del governo in rapporto alla mafia”, mentre quello di Girgenti rileva la “infiltrazione di elementi non degni dell’ammissione nel Partito Nazionale Fascista sia per i loro precedenti penali, come nei riguardi del loro contegno non corretto”.

La risposta politica del partito e immediata ed incalzante: Piero Bolzon viene subito nominato Commissario straordinario per la Sicilia e con lui compiono un’intensa e continua attività ispettiva, nelle varie zone della Sicilia, i dirigenti nazionali Starace, Rocca e Giunta, per sconfiggere l’iniziativa insidiosa ed avvolgente della mafia e dei suoi mandanti, un’attività che culmina nel convegno di Siracusa del 27 e 28 novembre 1923, con la partecipazione dei prefetti e dei quadri dirigenti del fascismo siciliano, dal quale scaturisce una perentoria direttiva, contenuta in una circolare del segretario nazionale del P.N.F. Francesco Giunta inviata, a tutte le federazioni siciliane.

 

 

5) – II rifiuto della “delega”

 

 

Al cospetto della manovra subdola, modulata secondo il vellutato stile gattopardesco, sugli atteggiamenti sornioni ed ammiccanti, sui tasti del trasformismo più tentacolare, messo in atto dai quadri delle mafie locali, la qualità della linea, della volontà politica dei dirigenti nazionali del P.N.F. emerge in tutta la sua limpidezza e coerenza, a conferma ed a salvaguardia di un’autonomia difesa e garantita, in funzione di un rinnovamento della società italiana: si dispone immediatamente una profonda revisione dei quadri e della base dell’organizzazione fascista in Sicilia, si provvede alla epurazione ed espulsione di tutti quegli iscritti non in regola con il certificato penale o dal passato politico molto compromesso e compromettente, si impone come interlocutore politico principale il movimento combattentistico, perché sia questo il canale privilegiato cui attingere nuove energie per il fascismo siciliano. Un’operazione, questa, difficile e problematica e, sotto molti aspetti, tormentosa, perché condizionata dai comportamenti di un secolare e radicato costume politico, esasperatamente localistico e individualistico, che non poteva certo essere debellato nel giro di poche settimane e di pochi mesi, ma, tuttavia, un’operazione che viene portata avanti con sincera determinazione, provocando un acceso scontro tra una volontà politica fortemente rinnovatrice in Sicilia e un passato che, sentendosi fortemente minacciato, tentava ancora una volta di sopravvivere, di occupare il nuovo per sconfìggerlo dal di dentro ed egemonizzarlo. Ed è, questo, il dato storicamente più rilevante, al di là del giudizio di certa storiografia siciliana fondata sugli schemi ideologici, cui condiziona i processi reali.

Il nuovo governo fascista, nonostante avesse preso coscienza della debolezza strutturale dell’originario fascismo siciliano anzi proprio in ragione di ciò, non era disponibile per il facile conseguimento di una diffusa base di consenso alla propria azione ed allo stesso movimento, in virtù del rilascio della sperimentata “delega” alle tradizionali forze egemoni siciliane, come era avvenuto nei secoli con il tranquillo dominio delle monarchie straniere e, ancora dopo l’unità d’Italia, per l’esercizio del potere in Sicilia, da parte dei governi della Sinistra, fino a quelli giolittiani. Al contrario – ed è questa la novità che caratterizza il rapporto tra il governo fascista e la realtà siciliana – si punta all’affermazione piena dell’autorità dello Stato, mediante l’eliminazione di qualsiasi mediazione con i vecchi blocchi egemoni e la creazione di un moderno partito di massa, dai caratteri culturali e politici fortemente innovatori, in grado di radicarsi autonomamente nella base sociale e di sostenere l’azione rinnovatrice del governo di Mussolini.

In questa lucida e coerente strategia, la mafia risultava proprio il primo obiettivo da colpire senza tentennamenti, per eliminare l’elemento di coesione e di cerniera politico-sociale utilizzato dai vertici del potere siciliano, nella sua doppia funzione di ceto politico locale intermedio e di braccio armato e intimidatorio, ai fini del controllo della base sociale. Soltanto attraverso questa opera di compressione, di persecuzione, di isolamento del nucleo più ferreo dell’antico blocco egemone, in attesa dell’attacco finale e dell’annichilimento, si sarebbe potuto evitare di affidare sostanzialmente al trasformismo dei vecchi partiti del sistema giolittiano la gestione del nuovo corso – in cui il fascismo sarebbe stato soltanto una superficiale ed irrilevante copertura formale – per potere battere con successo la strada di un condizionamento, prima, di una frantumazione, poi, quanto più possibile indolore, degli stessi partiti ancien regime, e conseguire, infine, di aggregare, in modo non condizionante, al movimento fascista, assieme alle nuove forze politiche e sociali emergenti, come quella del combattentismo, anche le personalità più sane, meno compromesse o marginali, ma valide, del mondo politico siciliano. Ed è quanto puntual-mente avviene, durante i primi mesi del ’24, – quando si prepara la lista del “blocco nazionale” in Sicilia, per le imminenti elezioni della primavera – in cui il fascismo, grazie alla accorta opera condotta precedentemente sulla complessa realtà politica siciliana, può svolgere una trattativa che evita accuratamente i vecchi partiti nella loro globalità, non cede ai suggerimenti ed ai consigli interessati dei quadri dell’agraria isolana ed avvicina, invece, singolarmente, secondo le linee di un preventivo disegno selettivo, le personalità del liberalismo nazionale, della democrazia sociale, del socialriformismo che, in tempi non sospetti, avevano dimostrato di coltivare sinceramente i valori nazionali o di possedere tensioni non superficiali di carattere popolare e sociale e, perciò, davano sufficiente garanzia per l’assolvimento di quegli impegni rigeneratori che Mussolini aveva assunto nei confronti della società italiana. Opera di mediazione certamente, quella operata in Sicilia dal fascismo con la tattica elettorale del “blocco nazionale” che, però, mentre assicurava un successo elettorale al fascismo isolano, che sarebbe venuto clamoroso e al di là di ogni aspettativa, si concludeva non solo con l’elezione di una maggioranza di “homines novi” provenienti dalle file del fascismo e del combattentismo, ma anche con il mantenimento di una indiscutibile autonomia, da parte del P.N.F, se non addirittura con l’egemonizzazione di quelle forze che, fino a quindici mesi prima, occupavano ancora la quasi totalità degli spazi politici e sociali dell’isola.

Ne può contrastare questa tesi il rilievo storiografico, secondo cui lo straordinario consenso al blocco nazionale sia stato reso possibile anche grazie al rastrellamento di voti operato in suo favore dai quadri della mafia, anzitutto perché questo fu dovuto in gran parte alla mediazione di un personaggio come Orlando – officiato e pressato dal fascismo a capeggiare la lista del “blocco nazionale”, in virtù del richiamo carismatico che gli proveniva dal suo recente alone di “Presidente della Vittoria” e non certamente in quanto tradizionalmente beneficiario dell’apporto elettorale conferitegli dalla mafiosità del circondario di Partinico – e, poi, perché quel sostegno fu dato più generalmente non tanto perché sia stato sollecitato – avendo, Mussolini., in occasione del V Congresso dei prefetti, nel gennaio del ’24, preannunciato ulteriori provvedimenti contro la mafia – quanto per l’ennesimo tentativo di alcune mafie locali, non ancora ovviamente consapevoli della realtà nuova e diversa che il fascismo rappresentava rispetto al passato – di crearsi fresche benemerenze, nella speranza di ipotecare in tal modo una futura benevola condiscendenza in loro favore.

 

 

 

6) – Mussolini in Sicilia

 

 

D’altronde, da lì a qualche settimana, a fare svanire ogni illusione sulla possibilità che il fascismo potesse rappresentare, come tanti avevano sperato in Sicilia, al vertice e alla base, una nuova versione del trasformismo politico, disposto a rilasciare deleghe ai potentati siciliani e, perciò, a concedere, con la mediazione di questi, spazio al manutengolismo mafioso; a fare capire che il nuovo movimento rappresentava un’autentica rottura col passato, malgrado i meccanismi indolori che l’avevano portato al potere, avrebbe provveduto lo stesso Mussolini, finalmente venuto in Sicilia per una lunga visita – dopo la brevissima apparizione dell’anno precedente – durante la quale avrebbe sgombrato il campo da ogni pur minima possibilità di equivoco circa le reali intenzioni del governo per la Sicilia. Un’azione di rottura che non avrebbe atteso la svolta, fino a quel momento inopinata e non prevedibile, imposta dalle conseguenze del delitto Matteotti e, quindi, della fine del regime parlamentare e della creazione dello Stato totalitario.

Il 6 maggio 1924, esattamente due giorni dopo lo sbarco a Palermo dall’incrociatore “Dante”, Benito.Mussolini, agli esordi del viaggio che lo avrebbe portato per tutta la Sicilia, a Piana dei Greci poteva già prendere coscienza, col suo sensibile intuito, della nozione di mafia, come costume, come “morbosità psichica”, come autorità di tipo tribale, attraverso il personaggio grottesco di don Ciccio Cuccia, sindaco di quel comune, che già era riuscito a diventare, con uno stratagemma, “compare” di Vittorio Emanuele III (26). Quello che lo stesso Mussolini avrebbe definito “l’ineffabile sindaco che trovava modo di farsi fotografare in tutte le occasioni solenni” (27), così si sarebbe rivolto, tra il meravigliato e l’offeso, al Presidente del Consiglio arrivato nel piccolo centro del palermitano con la scorta di polizia e carabinieri: “Voscienza, signor capitano… viene con mia (me) e non ha bisogno di temere niente. Che bisogno aveva di tanti sbirri?” (28)

Qualche giorno dopo, nel discorso di Girgenti, Mussolini avrebbe affermato: “Voi avete dei bisogni di ordine materiale che conosco: si è parlato di strade, di acqua, di bonifica, si è detto che bisogna garantire la proprietà e l’incolumità dei cittadini che lavorano. Ebbene vi dichiaro che prenderò tutte le misure necessarie per tutelare i galantuomini dai delitti dei criminali. Non deve essere più oltre tollerato che poche centinaia di malviventi soverchino, immiseriscano, danneggino una popolazione magnifica come la vostra”. In tal modo, il capo del fascismo, con profonda intuizione della complessità del fenomeno mafioso, mentre poneva l’accento sull’aspetto palese ed urgente che riguardava l’ordine pubblico e, quindi, la credibilità dello Stato a gestire efficacemente, attraverso i suoi canali istituzionali, lo sviluppo ordinato e legale della società siciliana, coglieva anche la valenza deformante e distorta di un certo animus, di un modello comportamentale siciliano – risultato di una lunga sedimentazione storica – che era, al contempo, causa ed effetto di una diversità rispetto allo spirito, storicamente affermatesi, della civiltà europea.

 

 

 

7) – La rottura col passato

 

 

Mussolini concludeva il suo viaggio in Sicilia il 13 maggio 1924: con una immediatezza che non lasciava alcun margine di dubbio, a distanza di qualche giorno dal rientro a Roma, il giorno 28 dello stesso mese, Cesare Mori veniva nominato prefetto di Trapani, per iniziare da qui la sua tenace lotta contro la mafia. Appena un anno dopo sarebbe passato a Palermo con l’investitura di superprefetto: il periodo aventiniano, nel risucchiare sul fronte antifascista la frazione dello schieramento liberale, capeggiata da Vittorio Emanuele Orlando, che aveva aderito precedentemente al blocco nazionale, portando con se i tradizionali quadri intermedi della mafiosità del retroterra palermitano, aveva ulteriormente contribuito a rendere più chiara la situazione, ad accelerare i tempi di una volontà politica che era risultata chiara e determinata fin dai primi mesi del ’23.     D’altronde, lo scontro elettorale intervenuto nell’agosto del 1925, nelle elezioni per il rinnovo del Consiglio Comunale di Palermo, tra la lista fascista e la coalizione antifascista, che aveva raccolto attorno ad Orlando gli esponenti delle forze politiche del mondo prefascista, aveva acquistato un pregnante significato paradigmatico, nel momento in cui l’ex Presidente del Consiglio, nel suo famoso discorso palermitano della fine di luglio, aveva organicamente, anche dal punto di vista ideologico, inscritto la mafia nel quadro concettuale del liberalismo siciliano.

“Or io dico, signori, che se per mafia si intende il senso dell’onore portato fino alla esagerazione, l’insofferenza contro ogni prepotenza e sopraffazione, portata fino al parossismo, la generosità che fronteggia il forte ma indulge al debole, la fedeltà alle amicizie, più forte di tutto, anche della morte. Se per mafia si intendono tutti questi sentimenti, e questi atteggiamenti, sia pure con i loro eccessi, allora in tal senso si tratta di contrassegni individuali dell’anima siciliana, e mafioso mi dichiaro io e sono fiero di esserlo”: la pseudo-cultura mafiosa, orgogliosamente rivendicata, quasi in un estremo tentativo di difesa delle garanzie liberali minacciate dal fascismo, finiva con lo squarciare clamorosamente i veli che coprivano il reale misero orizzonte della libertà, come era concepita dal vecchio mondo liberale siciliano e, paradossalmente, contribuiva a chiarire, agli occhi di strati sempre più vasti dell’opinione pubblica siciliana, che la lotta alla mafia intrapresa dal fascismo andava al di là di una pur rilevante operazione di polizia, per la restaurazione dell’ordine pubblico, ma acquistava un notevole significato ideologico, nel senso che calava nella coscienza popolare siciliana il concetto dello stato moderno, quello che non aveva mai conosciuto, e la funzione nuova che, in questo senso, rappresentava il partito fascista.

Del resto, i quadri intellettuali del fascismo palermitano non si erano certo lasciati sfuggire l’occasione per colpire Orlando nel fianco che aveva lasciato imprudentemente scoperto e a chi protestava, per il reato di “lesa maestà”, nei riguardi del personaggio politico e dello scienziato del diritto, molto elegantemente si ribatteva: “… i meriti dell’onorevole Orlando noi non li discutiamo in questa sede, ma la Sicilia non li ha mai conosciuti nei metodi di lotta locali, dove egli ha goduto e in parte gode i favori di una clientela personale costruita con scarsa preoccupazione dell’educazione civica dell’Isola e in particolare del suo collegio”.

II fascismo riusciva, così, a crearsi autonomamente un terreno nuovo di coltura non solo nell’orizzonte mentale dei ceti borghesi, ma anche nei sentimenti dell’anima popolare, su cui si sarebbero poggiate le fondamenta di un moderno partito di massa, diverso da quelli tradizionali dell’Italia liberale.

Erano le fondamenta che il fascismo siciliano dimostrava di avere intuito quando scriveva che, di fronte alla coalizione antifascista, si ergeva “la forza invincibile della nuova Sicilia” che non era più disponibile a dividersi tra le parrocchie del politicantismo, infetto ed affaristico, ma affermava “la fede in una libertà che mai fu conosciuta: nella libertà degli uomini onesti, dei patrioti non asserviti alle clientele e alle maffie politiche, ignari dei traffici grossolani e miserabili tra gli uomini che avevano il dovere di schiacciare la delinquenza stessa.” (35)

 

 

 

8) – II prefetto di ferro

 

 

È in questa ottica che bisogna focalizzare il senso politico-ideologico della cosidetta operazione Morì respingendo ogni tentativo, anche storiografico, teso a rinchiuderla negli schemi riduttivi di una pur efficace azione di polizia. D’altronde, Mori era stato già, per diversi anni, funzionario giolittiano in Sicilia, ma, pur essendosi rivelato, sin d’allora, uomo capace di osservare e valutare, con penetrante acutezza intellettuale, i risvolti demo-psicologici del fenomeno mafioso e pur avendo dimostrato notevole perizia e qualità professionali nel pensare ed attuare sistemi di lotta efficaci, e per tanti versi innovativi, al fine di adattare la forza di intervento dello Stato alla peculiarità della situazione siciliana, non era certamente riuscito a conseguire alcun risultato apprezzabile e definitivo. Aveva potuto soltanto acquistare quella esperienza intellettuale e tecnica che adesso Mussolini riteneva estremamente utile, perché, nel quadro della concezione ideologica del fascismo e della volontà etica e politica dello stato fascista, potesse sgombrare il campo, intanto, da quei fenomeni che avevano impedito la presenza delle istituzioni in Sicilia. In definitiva, il successo dell’azione di Mori sarebbe stato possibile solo in quanto si inquadrava in una precisa strategia del fascismo volta a recuperare la Sicilia allo Stato: è quanto avrebbe sottolineato Michele Bianchi, nel 1928, a Palermo quando affermerà: “Mori era stato prima due volte in Sicilia, ma non aveva vinto: se ora egli vince, è perché c’è il governo fascista, e soprattutto, perché c’è un Capo come il nostro”. (37)

E, in realtà, 1′ “operazione Mori” è rimasta come valore esemplare nella coscienza popolare siciliana, è diventata rilevante elemento valutativo della politica e dello stato fascista; (38) permane, ancora oggi, come riferimento storico e paradigmatico edificante, proprio perché essa si inscriveva in una visione nuova e moderna, non soltanto culturalmente, nel senso di un rinnovamento degli spiriti, quale veniva proponendosi e diffondendosi, non solo pedagogicamente per l’intervento delle idee nella concreta azione sociale, come frutto dello idealismo e dell’insegnamento gentiliano, ma anche perché essa penetrava e fermentava positivamente ogni settore, dischiudeva nuovi orizzonti, conferiva nuovi stimoli alle competenze tecniche e all’impegno professionale, realizzando una evoluzione dell’intervento di polizia e dell’azione giudiziaria, integrando per la prima volta i sistemi della lotta alla mafia con l’azione psicologica di massa e con quella pedagogica, con direttive di politica economica-sociale, al fine di rimuovere i motivi che, per secoli, avevano dato alla mafia in Sicilia una base sociale di massa.

“Il fascismo che ha liberato l’Italia da tante piaghe, cauterizzerà, se necessario col ferro e col fuoco, la piaga della delinquenza siciliana”: con questa immagine bellica, Mussolini trasferiva dal fronte esterno a quello interno il concetto di “guerra rivoluzionaria”, con cui aveva già concettualmente sostanziato il suo interventismo nel 1914-15, e dava un’impronta di sapore etico, e per certi versi pionieristico, alla lotta alla mafia.

Cesare Mori – “un soldato, non un burocrate …un assaltatore, non un covatore di poltrone frau” – seppe dimostrarsi un fedele interprete – quasi in versione antropomorfica, al fine di calarsi efficacemente nell’immagine popolare, con funzione catartica ed educativa – della manifestazione volontaristica ed etica del nuovo Stato fascista, con un’azione continua, tambureggiante e, a volte, spettacolare, spesso personalmente condotta con notevole coraggio e sprezzo del pericolo. Arrivato a Palermo il 23 ottobre del 1925, (41) qualche settimana dopo annunciava chiaramente il suo programma: “….troppo spesso si è fatto e si fa credere che manìa e malvivenza siano un che di inevitabile e di indispensabile al processo dialogico di formazione e di sviluppo della vita e della coscienza collettiva sociale e politica della Sicilia”, (42) aggiungendo, perché non ci fossero più dubbi sulla natura dell’opera che si apprestava a svolgere: “L’ora è giunta in cui gli ostacoli si misurano, si affrontano, si aggrediscono e si frantumano …e se qui, oggi, si chiamano maffia e malvivenza, peggio per loro…”. (43)

Era quanto si aspettava il fascismo palermitano, che, già qualche settimana prima dell’insediamento di Mori, al momento cioè della notizia della nomina, così si era espresso attraverso “Sicilia Nuova”, il quotidiano fascista da pochi mesi fondato da Alfredo Cucco, per rafforzare e rendere sempre più autonoma l’organizzazione del P.N.F.: “Noi non sapremmo dare consigli al prefetto Mori ne sapremmo arrogarcene il diritto: gli diciamo soltanto che la provincia di Palermo lo attende all’opera con piena, incondizionata fiducia”.

Dalle parole, il cui tono lasciava intravedere lo stile che avrebbe improntato l’azione di Mori, si passava ai fatti.

Veniva così predisposta, nelle campagne della Sicilia occidentale, una rete di “squadriglie” o nuclei interprovinciali, dotati di mezzi celeri, ai fini di un rapido collegamento, e coordinati direttamente dallo stesso super-prefetto, secondo una disposizione tattica che era stata teorizzata dalle colonne di “Gerarchia”, la rivista politico-ideologica di Mussolini, fin dall’agosto del 1922, da Ferdinando Emanuele che aveva, appunto, avvertito la necessità di una “vigilanza costante nel territorio della campagna equamente ripartito”, con una “unità di indirizzo e di comando”, al di là delle ripartizioni e divisioni amministrative provinciali. (45)

Certo, anche nella fase immediatamente precedente l’arrivo di Mori, non era mancata, da parte di solerti funzionar! della polizia, un’azione investigativa coraggiosa e penetrante, ma, come ha dovuto riconoscere persino qualche detrattore di Cesare Mori, quest’ultimo rappresentava “la decisa volontà del governo di farla finita una volta per tutte con la mafia e, questo sì, fu davvero determinante per i riflessi psicologici che ne scaturivano, da soli sufficienti a capovolgere una situazione in breve tempo”. (46) Grazie, perciò, alla collaborazione di quello che sarebbe diventato il braccio destro di Mori, l’alierà vice commissario Giacomo Spanò, il quale aveva già preparato dei rapporti circostanziati sulla malavita madonita, scattavano, tra la fine di novembre e il dicembre del 1925, una serie di fulminee e clamorose operazioni, con ritmo quasi quotidiano, che davano immediatamente la dimensione e la qualità dell’operazione in atto.

62 pericolosi mafiosi, autori di una serie interminabile di delitti, erano arrestati, sotto l’imperversare della bufera, in un’azione notturna, nella zona delle Madonie, a cavallo delle province di Palermo e Caltanissetta, nello stesso giorno un mandato di cattura veniva spiccato contro 96 persone tra protettori, complici, manutengoli e favoreggiatori della mafia, 126 arresti venivano operati tra Misilmeri, Marineo e Bolognetta; una retata di 142 delinquenti, dediti all’abigeato e alla continua grassazione dei proprietari agricoli, veniva eseguita in territorio di Piazza Armerina ; un ulteriore blitz, compiuto nel territorio palermitano, portava all’arresto di 300 latitanti su cui pendevano mandati di cattura per una serie impressionante di furti, rapine ed omicidi . Ancora 86 pregiudicati, molti dei quali accusati di abigeati e assassini!, fra cui il famoso bandito Sabatino Alongi, erano arrestati tra Prizzi, Vicari e Alia, nonché a Carini, A queste azioni nelle campagne si aggiungeva una retata di borsaioli che, con le loro imprese, affliggevano Palermo. .

Di lì a qualche giorno, scattava un’imponente operazione, programmata ed attuata secondo i requisiti e le caratteristiche di una vera e propria offensiva bellica, che stringeva in un cerchio di fuoco il comune di Gangi, dove trovavano rifugio, grazie alla singolare condizione topografica dell’abitato, appollaiato su un cocuzzolo e degradante verso i pendii, i capi e i gregari della numerosa e feroce banda di Andaloro e Ferrarello che, per ben 33 anni, aveva dominato nelle campagne madonite, ovunque imponendo col terrore il proprio incondizionato dominio.

La prosa di Petacco e le immagini fìlmiche di Squitieri ci hanno già raccontato le varie fasi di quell’impresa e sopratutto ne hanno reso l’atmosfera autenticamente epica, peraltro scandita, nelle cronache giornalistiche contemporanee, con i toni marinettiani, evocanti l’assedio di Adrianopoli descritto in Zang-tumb-tumb. Così, infatti, il cronista di “Sicilia Nuova”: “Gangi ha vissuto così ore indimenticabili che hanno avuto tutte le caratteristiche della vigilia di guerra. Stato d’assedio in tutte le sue forme, pienamente imposto, completamente vissuto. Accerchiamento, proibizione assoluta di entrare ed uscire dal paese, ordinanza, rombare di auto, spiegamento di forze, muoversi concitato di nuclei di militi, che eseguivano ciecamente gli ordini, davano effettivamente un colore di guerra a quella che era un’eccezionalissima azione di polizia”.

La resa, scandita giorno per giorno, all’alba del nuovo anno 1926, dalle sortite a mani alzate degli esponenti della banda, si trasformava in un trionfo per Mori che veniva posto da Mussolini all’ordine del giorno della opinione pubblica nazionale.

E l’offensiva continua determinata, senza soste, implacabile. Nel marzo del 1926: 295 arresti in territorio di Termini Imerese e ancora a Palazzo Adriano, Marsala, Mazzarino.

In aprile: nuovi arresti a Castelvetrano, Carini e Gibellina ; nella notte di Pasqua, tra il 4 e 5 aprile, una retata in Mistretta porta all’arresto di una numerosa cosca capeggiata dal “colletto bianco”, l’avvocato penalista Antonino Ortoleva, già precedentemente arrestato ; e ancora: cattura di latitanti a Capaci , operazione di polizia in territorio di Termini , indagini a Palermo. Alla fine del mese, grazie alle azioni dei nuclei interprovinciali di P.S., ulteriori arresti vengono eseguiti a Trappeto e Piazza Armerina, e poi a Raffadali, Paceco, Piazza Armerina, Agira ; 40 arresti a Girgenti (tra cui quello di Don Calò Vizzini) ed altri nella piana dei Colli, mentre viene finalmente arrestato il brigante maurino Melchiorre Caudino che aveva potuto fino allora impunemente trascorrere in libertà la propria vita delittuosa .

Anche nel successivo mese di maggio l’azione non conosce soste: con le retate compiute dai nuclei interprovinciali ad Aragona , a Contessa, Bisacquino, Campofìorito, Burgio, Chiusa Sclafani e Villafranca ; con le operazioni di polizia a San Giuseppe Jato e San Cipirrello con numerosi arresti per associazione a delinquere a Cinisi e Terrasini .

Il mese di giugno si inizia con una retata di 300 persone in territorio di Bagheria e poi si continua con 66 arresti tra Palermo e Borgetto , la scoperta di un’associazione a delinquere a Favara una retata a Piana dei Colli che, assieme ai famigerati fratelli Gentile, porta in carcere ben 160 delinquenti .

Ai primi di luglio, ancora 120 associati a delinquere che “agivano con l’intimidazione soffocando nel sangue ogni tentativo di rivolta al sopruso e alla violenza” vengono assicurati alla giustizia.

Una serie di imprese che, oltre per l’instancabile opera di propaganda condotta da Mori, assieme alle gerarchie del P.N.F., specialmente nei centri agricoli del palermitano, acquista autentici toni epici per i conflitti armati che, nelle campagne siciliane, le “squadriglie di Mori” ingaggiano coraggiosamente con i mèmbri delle varie bande .

Il 27 maggio del 1927, nel famoso “discorso dell’Ascensione”, pronunciato alla Camera dei Deputati, – che era un po’ il bilancio dell’attività del governo fascista negli ultimi due anni – Mussolini scandiva significativamente i momenti e le cifre dell’offensiva scatenata dal fascismo in Sicilia contro il fenomeno mafioso, evidenziando il successo dell’operazione che registrava non soltanto i risultati della repressione, ma anche quelli del miglioramento delle condizioni dell’ordine pubblico. Rispetto al 1923, e fino al 1926, gli omicidi erano calati da 675 a 299, le rapine da 1200 a 298, gli abigeati da 696 a 126, le estorsioni da 238 a 121, i danneggiamenti da 1327 a 815, gli incendi dolosi da 739 a 469, i ricatti da 16 a 2. Un successo che si era potuto conseguire grazie al sacrificio di militari e civili testimoniato da 11 caduti e 350 feriti nei conflitti a fuoco, 14 medaglie d’argento e 47 di bronzo al valore militare, 6 medaglie al valor civile, 14 attestati di pubblica benemerenza e 50 encomi solenni .

L’aspetto militare è però soltanto la parte più eclatante e spettacolare della operazione Mori, quella che rinverdiva, sotto la forma della bonifica sociale, gli ancora freschi temi guerreschi della prosa pubblicistica, quella che, nel secondo dopoguerra, sarebbe stata ripresentata all’opinione pubblica come la manifestazione di uno stato poliziesco e brutale, conculcatore delle istanze garantiste e della libertà del cittadino . Nella realtà, come abbiamo detto, l’azione del governo, sospinta e assecondata dalla magistratura, dalla volontà politica del fascismo siciliano, dalla pubblicistica, dalla scuola, dalla cultura, si svolgeva sempre più in profondità, ricacciando, disperdendo, vanificando quelle voci e quegli atteggiamenti, ora stentorei ora ambigui e striscianti, che, dietro una ancora resistente retorica della “sicilianità”, dai toni offesi e indignati, dietro il formalismo giuridico, cercavano di ostacolare o di fermare alla superficie l’intervento innovatore dello Stato.

“La Fiamma” di Alfredo Cucco si rivelava, ancora una volta, come l’espressione intellettualmente e politicamente più lucida, moralmente più vigile, del fascismo siciliano, quando individuava, proprio nella subcultura mafìosa, l’ostacolo quasi insormontabile che aveva impedito la penetrazione del fascismo in Sicilia prima della marcia su Roma.

“La fede tenace dei pochi pionieri del Fascismo ha dovuto lottare in un ambiente corrotto dal malcostume politico che da decenni s’era infiltrato nella vita siciliana, contro l’ostilità dei vecchi politicanti in connubio con la delinquenza.” …scriveva l’organo del fascismo palermitano che così continuava: “se il fascismo non ha dovuto lottare contro un partito sovversivo organizzato e diffuso, ha trovato però di fronte al suo progredire un ambiente poco adatto, pieno di tutte le insidie e le perfìdie… una clientela, legata dai legami più diversi e più sicuri a pochi uomini politici, che avevano tutto l’interesse a che il Fascismo non si diffondesse, per non essere privati dei privilegi e dei favori di cui godevano”.

Ma ancora più pericolosa – continuava “La Fiamma” – la “cultura” mafìosa si era dimostrata, quando aveva tentato di avvolgere nella sua pesante coltre il fascismo siciliano che aveva dovuto incessantemente combattere, per non farsi soffocare dall’abbraccio e dai tentacoli viscidi e sinuosi della piovra. Ebbene, con la lotta senza quartiere ingaggiata contro la mafia – concludeva l’organo fascista – “…il fìlofascismo e l’inserzionismo dei mafiosi che hanno costituito la maggior piaga del Fascismo siciliano possono ritenersi liquidati” .

Non era certo la prima volta che lo Stato si era posto il problema dell’ordine pubblico in Sicilia, che, anzi, altri funzionari governativi, coraggiosi ed intraprendenti si erano distinti negli ultimi decenni dell’Ottocento, ed ancora in età giolittiana, tra cui lo stesso Mori, in azioni di repressione della delinquenza e delle bande; ma, questa volta, non si trattava di colpire soltanto i fenomeni emergenti e le manifestazioni criminali più clamorosamente turbative della tranquillità sociale: una cultura nuova che dava valore etico alla presenza dello Stato aveva individuato nella mafia una subcultura di opposizione ai valori rappresentati dallo stesso Stato moderno, ne aveva percepito l’aspetto ambiguo e bifronte, i legami più torbidi cogli stessi ceti rappresentativi delle istituzioni, le radici psicologiche e sociali. Bisognava andare, quindi, avanti, colpire più in alto, recidere più profondamente, perché la cultura più viva, i valori più moderni potessero circolare nella mente e nella coscienza delle popolazioni, forzando il secolare “sequestro”. Perché “…di una cosa ci preoccupiamo” – puntualizzava ancora “La Fiamma” – “che finita la guerra, continui la guerriglia, che distrutti gli eserciti della delinquenza, i loro stati maggiori non vengano eliminati a fondo e possano, con le loro sorde ed oblique manovre, continuare a infettare la vita morale e materiale della Sicilia”.

La pubblicistica e la storiografìa dell’antifascismo hanno voluto sminuire e screditare questo aspetto politicamente rilevante della lotta alla mafia, approfittando del successivo coinvolgimento dello stesso Alfredo Cucco nell’azione repressiva di Cesare Mori, al fine di operare un’artificioso e culturalmente astratto, e perciò storicamente mistificante, separazione tra l’operazione del “prefetto di ferro” e l’ispirazione ideologica e politica del fascismo che la presidiava . In realtà, l’attacco di Mori a Cucco, peraltro abilmente montato con un castello di accuse, che sarebbe miserevolmente crollato nel corso della lunga vicenda giudiziaria, conclusasi con l’assoluzione piena del capo del fascismo palermitano, muoveva dalla impossibilità di coesistenza di una diarchia formata da personalità ambedue forti e volitive che avevano ben coscienza della straordinaria rilevanza storica dell’impresa ed erano, per ciò stesso, destinati a scontrarsi nell’ambizione di guidarla ed egemonizzarla . Si tratta, in fondo, dell’aspetto siciliano del conflitto di competenza determinatasi in tutta Italia per la gestione della nuova fase della vita italiana, tra gli organi del P.N.F. e quelli dello Stato, sciolta perentoriamente da Mussolini, proprio nei giorni della esplosione della “vicenda Cucco”, in favore delle gerarchle dello Stato e cioè dei prefetti, e con la destinazione dei federali a una funzione subalterna . Pertanto. Cucco fu travolto, al di là di ogni dubbio o perplessità che le accuse di Mori potevano ragionevolmente suscitare, perché Mussolini volle dimostrare che l’opera di risanamento della Sicilia sarebbe andata avanti senza tentennamenti e senza riguardi per alcuno, come avrebbe dimostrato successivamente anche con la pratica destituzione, dalla carica di comandante delle forze armate in Sicilia, del suo ex ministro della Guerra, gen. Di Giorgio, il cui fratello era rimasto coinvolto nella repressione delle bande mafioso del Messinese .

Che la matrice del contrasto tra Mori e Cucco sia questa e solo questa e non certo, come pur è stato detto, il collegamento di Cucco con la mafia, è dimostrato dal fatto che proprio mentre la mafia si apprestava a riorganizzarsi, grazie anche alle trame dei servizi segreti americani, ed a preparare il “fronte interno”, per lo sbarco alleato in Sicilia, nel 1943, Alfredo Cucco – riammesso da qualche anno nel P.N.F., di cui era presto diventato uno dei vicesegretari nazionali – lasciava l’isola e, con essa, il suo lavoro e le sue sostanze frutto di un’intensa attività professionale, per seguire Mussolini fino al tragico conclusivo epilogo dell’aprile del 1945. Un epilogo che per Cucco, investito adesso dalla persecuzione antifascista per l’adesione alla R.S.I, avrebbe comportato nuovi anni di vicende giudiziarie, di rinunce, di sacrifici, di emarginazione, un epilogo che esalta, nella memoria, la straordinaria personalità di un uomo, veramente esemplare come paradigma di fedeltà alle idee, di abnegazione e di disinteresse materiale, dimostrato con il sacrificio anche dei propri beni per il perseguimento di fini ideali e politici .

 

 

II

 

 

9) – L’azione amministrativa

 

 

Ma ritorniamo alla metà degli anni Venti, all’attacco fascista contro la mafia. Mori continua implacabile e deciso, non solo con le operazioni militari, ma anche con le indagini di polizia che frugano negli archivi, per risalire così all’origine della formazione di molti patrimoni sospetti, da parte di famiglie ormai inserite in un contesto economico e sociale rispettabile . Continua, soprattutto, in modo ancora più qualificato, per la prevenzione del fenomeno mafioso, mediante la formulazione di una nuova, efficace ed incisiva normativa amministrativa che ancora oggi si dimostra una fonte necessaria ed utile per l’ispirazione ed il suggerimento di azioni amministrative valide, ai fini di impedire e prevenire l’inquinamento di tipo mafioso.

Anche in questo caso bisogna, però, sottolineare che l’iniziativa di Mori non era soltanto espressione della sua personale volontà e dell’impegno dell’apparato burocratico governativo, ma traeva ispirazione o era, comunque, assecondata dalle indicazioni che provenivano, in tal senso, dalla pubblicistica fascista palermitana. Già, il 10 gennaio 1926, “La Fiamma” esortava che “l’opera si estendesse anche nel sorvegliare le amministrazioni comunali”. “…La scoperta e la punizione delle irregolarità amministrative” – aggiungeva l’organo fascista – “sarà il mezzo migliore per risanare la vita amministrativa dei nostri comuni ed avviarla ad uno sviluppo moderno e regolato” .

Da questo punto di vista, esemplari sono le due ordinanze emesse da Mori, rispettivamente, il 9 dicembre del ’25 e il 5 gennaio 1926. Con la prima si sottoponeva a controllo prefettizio l’attività dei portieri e dei custodi di case private ed esercizi alberghieri, dei gestori delle agenzie e dei sensali del collocamento di personale, dei garagisti e tassisti e si proibiva il diffuso malcostume della “incetta degli ammalati”: tutte attività che, specialmente in città, erano egemonizzate dalla mafia e attraverso le quali, questa esercitava un vero e proprio controllo sociale sul tessuto urbano .

Ma era specialmente con la seconda ordinanza che, riguardando principalmente la campagna, si colpiva la mafia laddove si formava, attraverso la “protezione” e la violenza, la sua forza economica: le attività di guardiano, curatelo, vetturale, campiere – quelle tipiche delle mediazioni mafiose – venivano non solo sottoposte a preventiva autorizzazione prefettizia, ma vincolate all’obbligo del domicilio nei luoghi dove tali attività erano esercitate ed all’assunzione di responsabilità nei riguardi dell’autorità, circa la “legittimità della presenza di persone ed animali nei casamenti e nei terreni affidati alla loro custodia” .

Altri articoli dell’ordinanza erano dedicati alla regolamentazione e al controllo dell’esercizio dell’attività pastorizia e della macellazione della carne, al fine di sanare la secolare piaga dell’abigeato, tradizionale forma di arricchimento dei quadri mafiosi. Inoltre, le famiglie dei latitanti erano obbligate a dimostrare la liceità del possesso del denaro, degli oggetti e dei beni di cui godevano, pena la loro confìsca.

A queste norme si sarebbe accompagnata, qualche mese dopo, la misura dell’abbattimento dei muri di cinta del palermitano, occulto riparo da cui, generalmente, si sgranava il triste rosario della lupara per le esecuzioni maliose (; inoltre, si procedeva all’applicazione dell’ari 23 di detta ordinanza, relativa alla istituzione della Commissione di difesa contro l’abigeato, e quindi alla marchiatura degli animali bovini, ovini e caprini, al fine di combattere efficacemente l’abigeato stesso con l’identificazione dei vari capi di bestiame: un provvedimento che avrebbe dato vita all’anagrafe del bestiame .

Infine, con una terza ordinanza, adottata il 14 marzo 1927, veniva messo ordine nell’istituto della guardianìa, interessante i giardini dell’agro palermitano, perché esso potesse essere tutelato “da quelle degenerazioni ed infiltrazioni” che ne avevano fatto un “mezzo specifico di sopruso e di sfruttamento” e “base ed alimento allo sviluppo di attività particolarmente pericolose”. Con tale provvedimento, pur permanendo la natura privatistica del rapporto contrattuale tra proprietari dei fondi e guardiani, quest’ultimi dovevano essere “riconosciuti” dall’autorità di P.S. e “sottoposti alle dipendenze di un ispettore e due vice-ispettori nominati dal prefetto e dipendenti per il servizio dal questore…” .

In tal modo, si poteva procedere ad una vasta epurazione del corpo dei guardiani da tutti i mafiosi e manutengoli che “proteggevano” gli agricoltori.

L’azione amministrativa di Mori si era andata, dunque, svolgendo, sin dall’esordio, secondo un preciso disegno che nasceva da una lucidissima percezione sociologica del fenomeno mafioso, individuato anche come un sistema di cerniera tra ceti dominanti e popolazione, del ceto mafioso, focalizzato come organo di mediazione che, con l’esercizio della protezione-intimidazione sui gruppi politico-economici e sulle masse rurali, si era ritagliato un suo peculiare ruolo di prestigio e rispettabilità sociale ed assicurato una consistente forza economica.

Tale sistema di cerniera era stato già duramente colpito e sconvolto mediante l’epurazione e il controllo del corpo dei campieri, dei guardiani e di ogni altro gruppo socialmente mediatore, ma occorreva ulteriormente intervenire in tal senso, per cercare di eliminare le forme di mediazione parassitaria, laddove si manifestavano con maggiore ampiezza sociale, notevole significazione economica e conseguente radicalizzazione.

Bisognava, cioè, colpire la rendita parassitaria della gabella che era la solida base economica della più potente mafia agraria espressa appunto mediante la figura del gabelloto. Anche su questo punto insisteva la pubblicistica fascista palermitana la quale affermava che il fascismo non era disposto ad assumere il ruolo di “campiere” dei latifondisti e dei gabelloti e non si rassegnava a diventare “un comodo schiavismo a favore delle zone parassitarie” ; per denunciare, infine, che “la pressione dei ceti parassitari… è ancora così forte che la nuova vita stenta ad aprirsi un varco…” .

La lunga pressione dei sindacati fascisti dei lavoratori agricoli, da una parte, e quella del governo fascista, tramite il prefetto Mori, dall’altra, avrebbe infine conseguito un risultato importante. Nel giugno del 1927, tra la federazione dell’agricoltura e la confederazione fascista dei lavoratori agricoli, veniva stipulato un patto, in base al quale venivano “eliminati i gabelloti che non esercitavano nel fondo gabellato l’industria agricola” , col ripudio, quindi, di “tutte le forme di intermediari e di subgabelloti, ed ogni altro tipo di sfruttamento diretto ed indiretto della proprietà e del lavoro” .

I risultati non si sarebbero fatti attendere molto. Nel giro di pochi mesi, nella sola provincia di Palermo potevano essere liberati dai gabellati mafìosi ben 320 fondi, per una superfìcie complessiva di 280.000 ettari . La mafia veniva così vulnerata gravemente nel suo braccio economico ed armato più consistente, liberandosi ampi spazi dove lo Stato adesso avrebbe potuto esercitare la sua funzione economica, civile, educativa.

A coronamento di questo momento repressivo, condotto, come abbiamo visto, con moderne intuizioni organizzative e tattiche nell’utilizzazione, sul territorio, delle forze dell’ordine, e con norme amministrative penetranti ed efficaci, al fine di sconvolgere e colpire i meccanismi più riposti della presenza mafiosa, si istituiva, col decreto legge 15 luglio 1926, il confino di polizia, per isolare ugualmente quelle persone, a carico delle quali, considerata la complessità e particolarità del fenomeno mafioso, non si fosse raggiunto, nonostante la abbondanza degli indizi, la prova giudiziale per una condanna. Una commissione provinciale, presieduta dal prefetto, avrebbe potuto comminare il confino da 1 a 5 anni, a carico di quelle “persone designate dalla pubblica voce come capeggiatori, come complici o favoreggiatori di associazioni aventi carattere criminoso o comunque pericolose alla pubblica sicurezza” .

 

 

 

10) – L’azione giudiziaria

 

 

Ma a riprova, ancora una volta, che il successo della lotta contro la mafia non può ne deve giudicarsi in senso restrittivo e limitato, come espressione di una volontà dello Stato calata dall’alto, come la manifestazione della forte personalità del “prefetto di ferro”, bensì il risultato conseguito grazie alla formazione di un globale clima politico e civile di rigenerazione morale e sociale, suscitato dal fascismo, occorre dare uno sguardo all’opera della magistratura. Questa, – grazie ad un valoroso gruppo di eletti magistrati: Mirabile, Luigi Malaguti, procuratore del Rè a Termini, Ferdinando Umberto Di Blasi, giudice istruttore, stretti intono al procuratore generale del Rè Luigi Giampietro, “che ne era l’animatore e la guida inflessibi-le” – con un atteggiamento esemplare e con una interpretazione innovativa della norma giuridica, sottratta all’astrattezza e al formalismo, ed applicata, invece, alla peculiarità del fenomeno mafioso – a conclusione dei cosidetti “processoni”, svoltisi tra il 1928 e il 1929 – diede una sanzione giudiziaria, con una serie interminabile di condanne, agli arresti e alle retate di bande e cosche mafìose operati da Mori . E chi si sofferma a riflettere criticamente sul dibattito giuridico svoltosi in quegli anni, potrà, anche in questo caso, scoprire che i problemi tecnici, di carattere processuale e penale, furono gli stessi che si pongono oggi e, soprattutto, che le soluzioni che si tendono oggi ad attuare, per un’efficace soluzione giudiziaria, sono le stesse allora suggerite dal procuratore generale Giampietro, pubblicamente lodato da Mussolini nel già ricordato “Discorso dell’Ascensione”, perché “in Sicilia ha il coraggio di condannare i malviventi”, dall’avvocato generale dello Stato Scaduto e dallo stesso Mori.

Allora, come adesso, sorse il problema della “legittima suspicione”: “riaffiorò, cioè, …il dubbio che le giurie isolane potessero subire l’effetto delle immanchevoli pressioni da parte delle famiglie dei giudicabili” e si ebbe la tentazione di un eventuale trasferimento dei processi in Corti di Assise non siciliane. Una tentazione cui si oppose, oltre a gran parte della magistratura palermitana, lo stesso Mori e non solo per là convinzione dell’insufficienza a giudicare da parte di giurie estranee che “non potevano comprendere la complessa situazione donde i malanni traevano origine”, ma, soprattutto, perché lo svolgimento dei processi nell’ambito territoriale siciliano doveva essere, ancora una volta, la “prova tangibile del movimento di reazione spirituale e materiale determinatesi in Sicilia contro la mafia” .

Ma ben altri problemi si prospettavano, alla vigilia dello svolgimento dei processi giudiziari, che minacciavano di vanificare nei labirinti del formalismo giuridico i successi conseguiti sul piano militare e psicologico.

Il commentatore giudiziario del “Giornale di Sicilia”, muovendo da preoccupazioni di carattere formale, contestava l’utilità del “processone”, affermando che esso minacciava di “lasciare buon gioco all’elemento infido che potrebbe, se opportunamente scisso in piccoli nuclei, fornire preziosi elementi per la ricerca della verità e ne diventa, invece, l’ostacolo maggiore, perché di fronte ad un vasto, e talvolta indefinito aggregato di materiale d’accusa, si mantiene reticente…”. Nella realtà, egli si rendeva portavoce di quegli ambienti i quali affidavano ad un garantismo formalistico le ultime risorse di difesa della mafia, specie di quella fino allora protetta dall’apparente perbenismo, nel momento in cui obiettava che “quella comunanza di obiettivo che tanta profìcua è nelle operazioni di polizia è altrettanto nociva nella minuziosa cernita del procedimento istruttorie, poiché includendo un numero troppo vasto di giudicabili in un’unica inquadratura, i contorni dei singoli reati da esaminare vengono a sfumare e danneggiano l’efficacia dello accertamento delle singole responsabilità” e ambiguamente poneva l’accento sul “proscioglimento dei rei o la condanna degli imputati innocenti: due pericoli che diventavano maggiori davanti ad una Corte d’Assise” . Obiezioni che però venivano liquidate dal procuratore generale Giampietro che, nel corso della sua Relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 1928, prendendo lo spunto dai casi impugnati di proscioglimento in istruttoria, stigmatizzava che “ancora non sia stata ritenuta la importanza della prova giudiziaria tutt’affatto speciale nei processi di mafia”, aggiungendo: “…Se i detenuti appartengono alla mafia, se elementi varii dimostrano la loro unione ad altri i quali hanno commesso delitti o fatti che la proporzione o il tentativo di questi dimostrano, ad essi non sarà imputabile la correità morale di questi ultimi, ma non potrà escludersi la responsabilità dell’associazione: la società mafiosa attiva ed operante è per se stessa un’associazione a delinquere” .

E proseguiva, molto decisamente, che “la dichiarazione processuale fatta dagli ufficiali e dagli agenti della polizia giudiziaria… assurge all’importanza di vera e propria prova da non potersi ritenere priva di efficacia giuridica, perché quelle dichiarazioni di testi che vivono nei luoghi ove i fatti avvennero, che li hanno quotidianamente in ogni modo constatato, onde non solo della veridicità, ma anche della efficacia probatoria di essa, non è da dubitare” . Tesi cui accedeva, l’anno dopo, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 1929, con ulteriori argomentazioni, l’avvocato generale dello Stato Scaduto, per il quale non si deve pretendere dalla pubblica accusa “la prova matematica dell’organizzazione delittuosa, per affermare la colpabilità degli imputati. In questo genere di reati, difficilmente l’opera indagatrice della polizia può raggiungere la prova apodittica del “vinculum sceleris” che avvince i denunciati, aggiungendo che “quando gli atti delittuosi vi sono stati e del genere specificato dall’aricolo 248 C.P.P., quando tali atti appaiono tra loro concatenati e rispondenti ad un piano di attività criminosa, che non può essere del singolo delinquente sociale o di una azione collettiva che vieppiù atterrisce e maggiormente turba la pace sociale; quando il timore di danno più grave ha consigliato i danneggiati del delitto a tacere e a procurarsi la restituzione del tolto, previo corrispettivo pecuniario; quando la polizia giudiziaria, con abile fiuto, ovunque penetrando, ovunque cogliendo impressioni, lamenti, notizie larvate, accuse, sospetti, si è formata ed ha potuto infondere la sua convinzione per tutto un complesso di elementi gravi e concordanti, che l’associazione esiste e ne individua i soggetti che la compongono, si ha in tal caso un materiale di buona fonte che concretizza quanto basta per il convincimento della   sussistenza del reato” .

In definitiva, nell’ambito normativo di un codice penale in   cui non era prevista la fattispecie del reato di associazione a   delinquere di tipo mafioso, il procuratore Giampietro, ai fini   dell’accertamento dei reati consumati da imputati mafiosi, rivendicava “un rigido spirito di critica processuale, maggiore   percezione della condizione ambientale”: ciò per evitare assoluzioni che determinino “la sfiducia della popolazione nella   efficacia repressiva della legge e nei dubbiosi confermi la   convinzione della invincibilità della mafia”.

Ma il conflitto tra le opposte tesi, circa la identificazione o meno, nella fattispecie dell’associazione a delinquere, del vincolo mafioso non si sarebbe, perciò, rapidamente concluso, che esso, anzi, si sarebbe trasferito dalla sfera pubblicistica e dall’ambito dibattimentale nelle sedi più strettamente scientifico giuridiche.

Ad argomentare la tesi garantista, che rifiutava il “vinculum sceleris” nel rapporto tra mafiosi, soccorreva ancora la concezione romantico popolare del Pitré, secondo il quale “mafia” “valse e vale sempre bellezza, graziosità, perfezione,   eccellenza nel suo genere”, lamentando “il triste ufficio a cui è   stata condannata la voce mafia, la quale era fino a ieri   espressione di una buona cosa e innocente, ed ora è obbligata   a rappresentare cose cattive” .

Giuseppe Mario Puglia, pur non rivendicando ormai la mafia sotto tale fattura romantica, tuttavia rifiutava la definizione di mafia come “riunione di persone legate da un fine criminoso”, attestandosi prudentemente a riconoscerla come “una morbosità psichica insita – con altri pregi e difetti – nel popolo siciliano” . Era, però, quanto gli bastava per affermare, parlando di quest’ultima valutazione, che il legame intercorrente tra i mafiosi non si poteva certamente considerare   di carattere organicamente delittuoso, bensì semplicemente “istintivo”, il quale solo se “intervenisse la volontà all’uopo necessaria, potrebbe degenerare – fra delinquenti – in favoreggiamento, complicità, e anche in volontaria associazione per delinquere, ma che allo stato puro, cioè di simpatia bio-psicologica, non deve confondersi col “vinculum sceleris” .

Ed era la premessa necessaria per attaccare in dottrina la sentenza della Corte di Appello di Palermo che aveva condannato, appunto, per associazione a delinquere, i mafiosi di Partinico, perché “qualunque fosse stato l’originario significato della parola mafia…. è certo che i verbalizzanti e le persone di contro interrogate ne hanno parlato nel significato di delinquenza organizzata nell’unità di fine e di azione e mafiosi chiamano gli appartenenti alla stessa” .

Di fronte a tesi, come questa del Puglia, che, consciamente o incosciamente, si riducevano a tentativi di copertura e difesa di un tipo di società che doveva essere superata, non si ergevano, però, soltanto le argomentazioni già citate di magistrati come Giampietro e Scaduto o di giudici come Ferdinando Umberto Di Blasi , particolarmente impegnato a portare al pubblico dibattimento atti istruttori elaborati e precisi, ma anche la nuova scienza giuridica e una leva di giovani magistrati. E tutti insieme riflettevano una coscienza giuridica che interpretava una nuova più alta dimensione civile, il respiro più ampio e profondo di una nazione che emergeva sempre più sulla scena della storia come protagonista di una grande civiltà.

Particolarmente impegnato in questo senso si dimostra lo studio elaborato da Giuseppe Guido Lo Schiavo che liquidava le superficiali analisi del fenomeno mafioso, ancora legate alla interpretazione demopsicologica del Pitrè, documentando l’evoluzione del fenomeno stesso dai primi anni dell’unità           d’Italia sino all’inizio del secolo e poi agli anni Venti: un iter, afferma il Lo Schiavo, nel corso del quale si riscontra all’inizio “non solo l’affermazione antigiuridica della “mafia”, ma addirittura l’organizzazione sociale dei “mafiosi” in “società di cosidetto mutuo soccorso, che erano vere e proprie associazioni           per delinquere”, poiché “ogni comune aveva la propria mafia, cioè il proprio aggregato di mafiosi, dipendente da uno o più capi, subordinati quasi a un capo supremo”, e, infine, una vera e propria organizzazione confederale formata da “staterelli che si corrispondono per vibrazioni tentacolari invisibili da un punto all’altro della regione: dovunque c’è “un mafioso”, c’è un gregario diretto o indiretto del centro propulsore” .

Un’analisi che dimostra, anche in questo caso, la modernità della ricerca, se sessanta anni dopo i magistrati palermitani impegnati nello svelare le dimensioni del fenomeno mafioso degli anni ’70, sono pervenuti alle stesse conclusioni con la individuazione della cosidetta “cupola”.

“Se queste, senza reticenze o veli pietosi, era la “mafia” di sei anni or sono” – argomentava il Lo Schiavo nel suo saggio del 1933 – “siamo avventati ovvero esagerati quando affermiamo che “mafia” si identifica con “associazione per delinquere”, poiché in essa ricorrono tutti gli estremi di legge per costituire il gravissimo reato, che affliggeva e disonorava una intera regione?” .

Non ci sembra necessario, data la matrice puramente storiografica del nostro lavoro, addentrarci ulteriormente nell’analisi giuridica del Lo Schiavo o citare altri studiosi. Qui ci preme concludere che fu grazie a questa provvida interpretazione innovativa del fenomeno mafioso, misurabile sull’impegno morale e civile della magistratura palermitana, forgiata da una temperie politico-culturale che finalmente, anche in Sicilia, faceva conoscere lo Stato sotto il profilo etico, con un intervento diretto che non tollerava alcuna delega alla mediazione delle antiche forze egemoni siciliane, che la debellatio antimafiosa di Mori potè raggiungere i suoi fini con la sanzione giudiziaria .

Si aggiunga a ciò la vigilanza attenta e continua di Mussolini che personalmente intervenne spesso, con telegrammi e lettere, per l’accelerazione dei processi, le cui lungaggini procedurali minacciavano di apparire, di fronte all’opinione pubblica, come manifestazioni della capacità, da parte degli ambienti mafiosi, di saper resistere alla stessa offensiva dello stato fascista, la cui efficienza e tempestività d’azione rischiavano di essere oscurate e appannate, con effetti avvilenti per la lievitazione in atto della nuova coscienza antimafiosa della Sicilia. Tracce dell’intervento di Mussolini, in tal senso, esistono già in un telegramma a Mori del novembre del 1927, in cui, a causa del prolungarsi del processo alla mafia di Termini Imerese, si esprimeva la preoccupazione che “la liquidazione giudiziaria della mafia, conditio sine qua non per la liquidazione sociale della medesima, non sarà esaurita prima dell’anno 2.000” . Qualche mese dopo, il capo del governo interveniva nuovamente sull’argomento, sollecitando a “studiare modo che futuri processi si svolgano con un ritmo più consono ai tempi, cioè più fascisti” .

E così ancora nel febbraio e nel marzo del 1928 .

Centinaia e centinaia di condanne si abbatterono non soltanto su delinquenti, malavitosi, banditi e manutengoli, ma su tanti rispettabili “galantuomini” e “colletti bianchi”: sindaci, consiglieri comunali e provinciali, avvocati, sacerdoti, medici e farmacisti. Il vecchio “gotha” della mafia, assieme a quello che sarebbe stato il nuovo, nel secondo dopoguerra, assurto anche a considerevole prestigio istituzionale: da Ciccio Cuccia a Santo Termini, sindaci di Piana dei Greci e di San Giuseppe Jato, da Francesco Badolato a Gaspare Tedeschi, sindaci, rispettivamen-te, di S. Cipirrello e di Villafrati, dal commendatore Bongiorno, consigliere provinciale di Caltanissetta, a Vito Cascioferro di Bisacquino fino a don Calò Vizzini e Genco Russo, futuri sindaci democristiani, nel postfascismo, di Villalba e Mussomeli – fu liquidato con anni e anni di carcere e di confino .

I risultati furono evidenti, per quanto riguarda la situazione dell’ordine pubblico: a distanza di due anni dalle pur significative cifre che Mussolini aveva dato nel “Discorso dell’Ascensione”, Cesare Mori, nel corso di una manifestazione elettorale per il plebiscito, svoltasi, nel marzo 1929, al Teatro Massimo di Palermo, poteva presentare un bilancio di rilevanza straordinaria, per un’isola secolarmente flagellata dal fenomeno della delinquenza e del brigantaggio: omicidi: .1925:268; 1928:25; rapine: da 298 a 14; estorsioni: da 79 a 6; grossi abigeati- da 45 a 6; )

Un bilancio che configurava una vera e propria pace sociale e civile – entrata ormai nella leggenda con il detto popolare oggi ricorrente: “Si poteva dormire con le porte aperte” – e che si era potuto conseguire non soltanto con l’azione poliziesca e giudiziaria, ma con la presenza di uno Stato che aveva saputo calarsi nella coscienza dei siciliani, a tal punto da riceverne la collaborazione e il consenso nella lotta contro la mafia e la delinquenza. E quanto ribadiva lo stesso Mori quando affermava: “Signori, il Fascismo non ha considerato la lotta contro la mafia e la delinquenza in Sicilia come una semplice operazione di polizia, ne ha mai pensato che la Sicilia fosse tale da attendere la sua rinascita da provvedimenti di pubblica sicurezza. È perciò che il fascismo considera la lotta contro la mafia e la delinquenza non come fine a se stessa, ma semplicemente come mezzo a sgombrare il territorio di ciò che maggiormente fino a ora si oppose allo sviluppo delle sane e poderose energie donde l’isola è ricca” .

Ne si trattava di dichiarazioni estemporanee, perché questa ispirazione fondamentale era già presente nell’azione dell’uomo – spesso distortamente, e non causalmente, presentata come un’esclusiva azione militare-repressiva – in termini lucidamente programmatici, quando affermava “che la lotta non doveva essere campagna di polizia in più o meno grande stile, ma insurrezione di coscienze, rivolta di spiriti, azione di popolo” .

 

 

 

11) – La bonifica psicologica

 

 

Questa nuova fase fu gestita da Mori, con la collaborazione dei quadri del P.N.F, percorrendo in lungo e in largo le campagne della Sicilia Occidentale, con un’azione tendente a calare nella psicologia delle masse contadine la superiore forza dello Stato, la sua funzione eroica e missionaria, in contrapposizione alla barbarie della delinquenza e alla viltà ed ipocrisia della mafia. Mussolini aveva avuto modo di cogliere la natura morbosa del fenomeno mafioso che, pertanto, non poteva certamente vincersi soltanto col ferro e col fuoco. Ciò sapeva bene lo stesso Mori che, già precedentemente, si era cimentato nel terreno della lotta alla mafia non soltanto con l’azione di polizia ma anche con la riflessione intellettuale, che adesso riproponeva in forma solenne, nel momento in cui riceveva dal         professore Salvatore Riccobono, preside della palermitana Facoltà di Giurisprudenza e alla presenza del Rettore, professore Ercole, e di tutto il corpo accademico, la laurea “honoris causa” e pronunciava il discorso inaugurale per un ciclo di conferenze giuridico-sociali-economiche dell’Università. “La mafia: un’at-         titudine morbosa specifica di determinati elementi” – spiegava, con innegabile tono professorale, Cesare Mori – “che si realizzò traducendosi in un sistema di oligarchie locali germinate spontaneamente o importate le quali, solidali nella comune         discendenza, stringevano l’isola in una rete di ferro ad unico filo conduttore ed agivano polarizzando a sé malvivenza e popolazione sul terreno di un compromesso inteso a rendere la mafia arbitra tra le due in un clima di omertà che era astrazione dallo stato ed offesa ad ogni precetto legale, ad ogni legge morale         e ad ogni senso di civile dignità” . L’aspetto relativo alla formazione di una coscienza antimafiosa era messo in rilievo anche da Alfredo Cucco, quando scriveva ai quadri del fascismo palermitano che “il popolo siciliano dalla nostra opera educativa deve essere condotto a vincere ogni forma di mafia, di omertà, ogni sistema di pensiero e di spirito, che incoraggi comunque le segrete e criminali organizzazioni” .

Bisognava, perciò, combattere la mafia, nelle sue manifestazioni delinquenziali, col ferro e col fuoco, ma, sotto l’aspetto di “morbosità psìchica” doveva essere fronteggiata con un’offensiva psicologica che poteva scatenare soltanto un uomo come Mori il quale fermamente credeva che “polizia, in se stessa, sia soprattutto psicologia; nella funzione, civile milizia; nel fatto, azione” .

Questa immensa opera di bonifica psicologica venne condotta, sublimando in autentiche sagre popolari, concluse con il rito religioso in un’aura di profondo misticismo, gli incontri con le popolazioni rurali, dove lo Stato si presentava ora sotto l’aspetto cavalleresco, sollecitando nei campieri il sentimento dell’onore, prima distorto in senso mafioso, a favore del cittadino, tanto più se debole e indifeso; ora suscitando l’amor proprio, lo stesso carattere ribelle del siciliano, ma non più in senso antisociale, bensì contro il sopruso e l’imposizione della mafia; uno stato che si manifestava ancora icasticamente come garante di giustizia, a tutela dei beni, quando rendeva un atto burocratico-amministrativo, quale la marchiatura degli animali, una festa gioiosa celebrata assieme ai mandriani, ai pastori e ai contadini; ed ancora, in veste consolatoria, nell’offrire l’assistenza, in funzione socialmente redentrice, ai figli dei delinquenti che aveva duramente perseguitato.

E così, nella conca di Roccapalumba, nella tersa mattina primaverile del 13 maggio 1926, sullo sfondo di un suggestivo scenario naturale – e in un clima di tensione morale e religioso molto simile a quello delle cavalieresche sagre medievali ai 1200 tra guardiani e campieri, soprastanti e curateli – “gente adulta, gente giovane, tutta abbronzata dal sole, ma vigorosa per l’azione dell’aria libera” – vestiti con la “bunaca”, la tradizionale giacca dei “burgisi”, col fucile in spalla e schierati in fila sulle lucide cavalcature, per prestare il giuramento di fedeltà allo Stato, Mori ricordava che la proprietà privata, prima difesa con ricorso “ad uomini non sempre raccomandabili”, doveva essere da loro adesso garantita “per virile affermazione di diritto, per forza di legge e, dove occorresse, per forza di armi” .

Allo stesso modo, a Piana dei Greci, il lunedì di Pasqua del 5 aprile 1926, al cospetto della “caratteristica cavalleria dei contadini”, di schiere di giovani donne vestite coi tradizionali costumi albanesi, e di tutto un popolo festante, ancora Cesare Mori dichiarava che la stessa Piana dei Greci, epurata dalla mafia e dal suo sindaco mafioso, veniva “solennemente consacrata a se stessa ed all’avvenire di tranquilla prosperità” .

Anche il rinnovato corpo dei guardiani ebbe il suo battesimo solenne: in occasione della Festa del Lavoro del 21 aprile 1927, “i guardiani della conca d’oro”, dopo aver sfilato in piazza Politeama, di fronte ad una marea di folla, “inquadrati ed armati”, gagliardetti in testa, “levarono alto e possente il grido di giuramento e di lealtà nei confronti dello Stato”, mentre i palermitani prorompevano “in un interminabile entusiastico grido di consenso, di gioia e di liberazione” . “La mafia, la sanguinaria mafia della Conca d’Oro” – commentava Mori -“perdeva di un tratto il suo più valido mezzo d’azione” . Un vecchio settantaduenne, spettatore della suggestiva cerimonia, avrebbe dato la sua voce a quella che ormai è diventata una straordinaria leggenda che si è già trasmessa per più generazioni: “Ho 72 anni, ma muoio tranquillo perchè vedo che nelle campagne regna ormai la pace” .

Al fine, poi, di “determinare negli ambienti stati d’animo revulsivi…”, tali da “far sentire alla mafia, insieme con la violenta trazione dall’esterno, uno spirito espulsivo ambientale”, a Gangi, il paese in cui la delinquenza era stata espugnata “manu militari”, lo stesso Mori, al di là dell’ammirazione passiva della popolazione, che riconosceva ormai in lui il mito leggendario dell’eroe vindice e invitto, suscitava la partecipazione attiva, stimolava le qualità eroiche del cittadino siciliano nella lotta contro la delinquenza: “Voi non avete paura del moschetto, ma della nomea di “sbirro” – ammoniva il prefetto di ferro – davanti a una marea di coppole nella raccolta e suggestiva piazza trecentesca del centro madonita – “Avvezzatevi a considerare che la lotta contro chi delinque è dovere del cittadino onesto… Ribellatevi alle imposizioni, alle taglie, ai soprusi. Difendetevi, contrattaccate! Io vi darò tutte le armi che possano occorrervi, ad un patto: che le adoperiate” .

La collaborazione dei cittadini, nella stessa lotta armata contro la delinquenza e la mafia, veniva riconosciuta quando, alla fine del 1926, nel corso di una pubblica cerimonia a Bisacquino, nella piazza Triona gremita di popolo, lo stesso Mori conferiva la medaglia d’argento al valore civile al contadino Vincenzo Marino che aveva reagito con le armi a un tentativo di rapina, uccidendo uno dei malfattori e catturando l’altro. “Contadino Marino! … Io non intendo soltanto rendere il mio tributo di omaggio al vostro valore” – disse Mori nel suo discorso – “ma dimostrare a voi e a tutti che … il governo di Benito Mussolini ieri, oggi e sempre, qui e dovunque, è coi valorosi, coi coraggiosi, con tutti coloro che ieri o domani nelle trincee di guerra, ed oggi nelle trincee del lavoro, in nome della Patria e della dignità civile, nazionale e umana, sentono e sanno compiere il proprio dovere di italiani, di cittadini e di lavoratori fino al sacrificio di se stessi”. In tal modo il “prefetto di ferro” sollecitava “la redenzione della Sicilia per virtù dei suoi figli stessi” e non soltanto, quindi, col grido “Abbasso la mafia! Abbasso la malvivenza!” che era echeggiato nella piazza, ma con quello di “Addosso alla mafia! Addosso alla malvivenza”.

Qualche settimana dopo, il rapporto di amore-gratitudine tra Mori e il paese dei Gangi veniva rinnovato al Teatro Massimo di Palermo, in occasione del congresso provinciale della federazione fascista palermitana, con la consegna, da parte delle donne di Gangi, di uno “scapolare” – il mantello dei contadini delle Madonie – al “prefetto contadino” che così ringraziava: “A voi signore elettissime della provata e generosa Gangi qui venute in atto di suprema gentilezza ad onorarmi … io affermo anzitutto solennemente qui che il tempo degli incubi, delle ansie, delle angosce, degli improvvisi lutti sanguinosi, è finito per sempre”.

A Castronovo, infine, nell’offrire dei contributi assistenziali ai figli dei carcerati, si esprimeva fiducia, sia pure ancora nei limiti di una fede ottocentesca ed in una cornice di fattura quasi deamicisiana, nel progresso morale, in virtù della semplice opera educativa: “Bambini, voi oggi non capite il significato di questa cerimonia, ma ricorderete un giorno questa giornata, ed allora ricorderete queste mie parole, le parole di quest’uomo contro il quale qualcuno dei vostri padri ha pienamente inveito: ebbene, ricordate la mia parola e che essa sia parola d’onore, di bontà, di fede, parola di Dio, parola di prossimo … siate uomini onesti, coraggiosi e forti e che le vostre mani non maneggino altre armi se non quelle della difesa della patria”.

 

 

12) – L’azione educativa

 

 

Ma, al di là di queste iniziative che, molto opportunamente, tenevano conto della natura elementare dell’anima popolare siciliana e delle sue antiche sedimentazioni culturali, su cui si faceva leva per ottenerne effetti catartici dal punto di vista individuale e sociale, o di proposte educative che, nella         concezione di Mori, rimanevano pur sempre legate a modelli ottocenteschi, in Sicilia c’era adesso la moderna cultura idealistica che assumeva l’iniziativa ed affidava alla scuola – già riformata da Gentile, secondo un indirizzo pedagogico che, al di là della preparazione nozionistica, in rispondenza alle ispirazioni della filosofìa attualistica, puntava alla formazione delle coscienze – il compito di svelare e di mettere a nudo gli aspetti tribali e mostruosi della subcultura mafiosa che dovevano apparire ripugnanti per le nuove generazioni educate a una sublime concezione dello Stato e a una solidaristica visione della società.

Era quanto, appunto, proponeva “Sicilia Nuova”, attraverso la prosa di Rampolla del Tindaro, secondo cui la mafia doveva “essere combattuta nelle scuole”, per “educare l’animo della gioventù alla ripugnanza per ogni forma di omertà”.

Ed era quanto accoglieva lo stesso Mori, che già aveva inserito il momento educativo nel suo programma di bonifica dalla mafia e, perciò, adesso coglieva al volo i suggerimenti provenienti dalla nuova cultura, rivolgendo un appello agli insegnanti fascisti siciliani convocati al Teatro Massimo di Palermo, il 16 giugno 1926, in un convegno regionale, “perché scendessero in campo al [suo] fianco, portando l’istinto della lotta contro la mafia e la malvivenza nell’animo della giovane generazione”. Assumeva, quindi, l’iniziativa di un concorso per un premio da assegnare ad un libro che “considerando principalmente i fenomeni della mafia e dell’omertà, miri a sfatare le leggende e i pregiudizi che da essi discendono, a correggere le deviazioni e le deformazioni spirituali ed etiche che ne derivano … a conseguire nella massa … la esatta nozione e la corretta valutazione dei rapporti che… debbono intercedere tra l’individuo e l’ordinamento sociale …”. Un libro che poteva conseguire l’obiettivo programmatico di “avviare la formazione di una nuova coscienza da raggiungere nel tempo – il quale ha in questo campo una funzione positiva propria e necessaria che non soffre restrizioni – principalmente con l’educazione, specie dei giovani”.

 

 

 

13) – La bonifica economica e sociale

 

 

Tuttavia, non sfuggiva certamente che l’opera dello Stato in Sicilia, benché fosse riuscita in pochi anni a togliere ogni rilevante funzione politica ai vecchi ceti dominanti e a debellare la delinquenza, a dissolvere la distorta ed inquietante funzione della mafia, non poteva risultare stabilmente innovativa, efficace e duratura, se il panorama sociale non si fosse trasformato attraverso un’incisiva azione economica, al fine di creare, per le popolazioni rurali, civili condizioni di vita ed un miglioramento dello status sociale.

Un’esigenza che Mussolini aveva dimostrato quanto fosse chiara nella sua coscienza politica, quando aveva collocato in uno stesso quadro concettuale di globale rigenerazione della Sicilia, la lotta alla mafia e la questione sociale. Ancora prima che a Girgenti affermasse la sua volontà politica di combattere la mafia, a Palermo aveva avvertito tutta l’urgenza della questione sociale: “Io conosco i molto antichi e per molto tempo inappagati bisogni! So quello che vi occorre. Potrei numerare i paesi ed i comuni che non hanno strade, che non hanno acqua: non ignoro la desolazione del latifondo, ne mi è sconosciuta la tragedia oscura della zolfara”.

La lotta alla mafia non poteva, quindi, essere che il primo momento soltanto di una più grande impresa volta a rinnovare e dissodare le basi antiche e secolari dell’arretratezza e dell’immobilismo: terreno di coltura dell’economia latifondistica, della rendita parassitaria, del privilegio, della delinquenza e della mafia. Queste ultime erano state debellate con lo slancio attivistico, con l’impegno volontaristico, mutuati dalla esperienza bellica, secondo i modelli dell’avanguardismo futurista e dell’arditismo che il fascismo combattentistico delle origini aveva saputo travasare e infondere, anche in Sicilia, nei quadri della burocrazia e delle forze dell’ordine.

E, infatti, l’onorevole Michelangelo Abisso, nel corso di una lunga arringa pronunciata, nel gennaio del 1929, come patrono di parte civile nel “processone” contro la mafia interprovinciale, aveva precisato: “la vittoria contro la delinquenza non è un fatto isolato: essa va inquadrata nel nuovo ordine di cose, nel nuovo metodo di governo, in breve, è la più tangibile manifestazione dello stato forte e veramente sovrano, contro il cui potere si infrangono gli arbitri e le licenze di individui e di classi”.

Adesso bisognava andare avanti per rimuovere, appunto, le basi storiche dell’arretratezza, perché la Sicilia potesse immettersi finalmente – economicamente, socialmente e civilmente – nel quadro nazionale.

Un programma che, non certo casualmente, anzi in modo significativo, lo stesso Abisso poteva tracciare proprio a conclusione della citata arringa: “Debellato il male” – affermava il deputato fascista di Sciacca – “occorre far seguire quella che i medici chiamerebbero cura ricostituente, occorre ritemprare l’organismo, in modo che possa vittoriosamente resistere ad un nuovo attacco. Occorrono strade principali e soprattutto agrarie attraverso le quali il lavoro e la civiltà possano toccare quelle zone remote e deserte che furono solo accessibili alla barbarie e al delitto, occorrono borgate e case rurali che saldino sempre più il contadino e la sua famiglia alla terra che egli feconda, occorrono acqua e luce, telefoni e scuole che vincano gli ultimi residui di analfabetismo e di ignoranza, occorrono opere di irrigazione e di bonifica che consentano un più intenso sfruttamento delle aride zolle ed impediscano il depauperamento della razza, insidiata dalla malaria, occorrono la piccola proprietà ed una sempre più illuminata giustizia nei rapporti tra lavoro e proprietà, sempre chiusa nella concezione gretta del privilegio e restia alle influenze delle correnti nuove, che travolgano le dighe e aprano irresistibilmente le vie dell’avvenire”.

Un programma che, nel comprovare la lucidità del quadro politico-ideologico, in cui il problema siciliano era inscritto, richiedeva però un impegno di tipo diverso da quello di Cesare Mori e che lo stesso “prefetto di ferro” aveva acutamente intuito, quando aveva affermato, e lo abbiamo già ricordato, che: “la lotta contro la mafia non poteva essere considerata soltanto come una semplice questione di polizia”.

Un programma, perciò, che richiedeva un’azione corale di tutti gli organi dello Stato, con l’ausilio della classe politica, delle organizzazioni di categoria e del sindacato, in direzione di tutti i settori della vita siciliana.

La missione di Mori fu, perciò, ritenuta compiuta da Mussolini, dopo ben cinque anni di permanenza in Sicilia, non perché il “prefetto di ferro” mirasse a colpire sempre più in alto, come affermato da certa storiografìa antifascista -che nei frangenti più difficili il capo del governo non aveva mancato anche per vicende discutibili, di essere vicino e solidale a Mori con forza e convinzione – ma perché l’operazione, fin dall’inizio, era stata giustamente considerata straordinaria, onde pervenire ad una normalizzazione del quadro dell’ordine pubblico, anche nella accezione più vasta di risanamento morale e di bonifica sociale, dai fenomeni più inquinanti e devianti della società siciliana. Questa normalizzazione, grazie all’opera di Mori, era stata raggiunta con la clamorosa azione di polizia e con la definitiva sanzione giudiziaria data dagli organi della magistratura: adesso, come d’altronde affermava lo stesso Mori, bisognava provvedere “allo sviluppo delle sane e poderose energie donde l’sola è ricca”.

Tutto ciò richiedeva un’articolata azione politica, finanziaria ed economica, al fine di realizzare nella campagna siciliana una serie di opere infrastrutturali di bonifica, ma soprattutto tendente a coinvolgere la vecchia rendita in un processo di trasformazione della struttura dell’agricoltura siciliana in senso imprenditoriale e produttivistico, a frantumare la realtà economica e sociale del latifondo, con l’appoderamento dello stesso e la creazione di un ambiente umano, sano e civile.

Si trattava di un programma che già aveva avuto la sanzione legislativa ed una solida base finanziaria con la cosidetta “legge Mussolini” del 1928, che riprendeva e rilanciava su larga scala la politica di “bonifica integrale”, intrapresa, già da qualche anno, da Arrigo Serpieri e che si inquadrava in quello che è stato definito il processo di ruralizzazione, cioè la creazione di un’agricoltura dotata di notevoli supporti infrastrutturali, tecnicamente evoluta, in grado di esprimere un sforzo produttivistico, tale da poter reggere il confronto con l’industria e dar vita, perciò, ad uno sviluppo economico equilibrato . Un programma che si prospettava come un intervento di straordinaria portata, soprattutto per la redenzione e lo sviluppo del paesaggio agrario meridionale, ma che, proprio nel Mezzogiorno, avrebbe tardato a decollare, sia per le remore frapposte dalla grande proprietà, restia ad investire finanziariamente la propria rendita per l’esecuzione di opere pubbliche, sia, soprattutto, a causa della crisi finanziaria ed economica mondiale, dopo il “venerdì nero” del 1929, che avrebbe richiamato le risorse finanziarie dello Stato, prima, per la salvezza e, poi, per il rilancio del settore industriale

Ma, superata la crisi, la Sicilia sarebbe rientrata, soprattutto con la vittoriosa conclusione, dell’impresa africana, in un nuovo e vasto programma di redenzione e di decollo economico e sociale.

Per una nazione che sembrava, ormai irresistibilmente, protesa verso l’Africa ed il Vicino Oriente, il Mediterraneo, dopo quattro secoli di decadenza, si apprestava a recuperare il ruolo di protagonista che aveva avuto sin sulle soglie dell’età moderna. E per la Sicilia, diventata il “centro geografico dell’Impero”, sembrava dischiudersi veramente, come Mussolini dichiarava di fronte all’immensa folla palermitana del 20 agosto 1937, un’epoca “tra le più felici che …abbia mai avuto nei suoi quattro millenni di storia” .

L’assalto al latifondo, con il suo programma grandioso di bonifiche, di colonizzazione, di appoderamento e con le sue prime realizzazioni, avrebbe dato la prova tangibile che l’opera intrapresa dal fascismo con Mori, per la liquidazione di un passato di emarginazione, procedeva verso la trasformazione sociale ed economica, per un rinnovamento globale della vita isolana.

La guerra e la disfatta avrebbero travolto anche le speranze. Ma è oltremodo significativo che il fronte agrario-mafìoso si sia ricomposto, tra il ’42 e il ’43, e quindi già in un momento di grave crisi dell’Italia fascista, proprio in avversione all’iniziativa di liquidazione del latifondo siciliano, fino a ricostituirsi come autentico blocco, prima a sostegno dello sbarco alleato, nel luglio del ’43, poi come struttura portante, anche istituzionale, della Sicilia antifascista .

Così come è ugualmente significativo che il fascismo sia rimasto radicato nella coscienza collettiva del popolo siciliano, fino ad assumere i caratteri del sogno e della leggenda, con sentimenti di rimpianto e di nostalgia, proprio in virtù della lotta antimafia, dell’impresa africana e dell’assalto al latifondo: i tre momenti di una intensa stagione di speranze che è rimasta, ancora una volta, un ulteriore “risveglio onirico” per una Sicilia la cui anima, adesso, “giace strangolata nel sottosuolo della storia” (155).

GIUSEPPE TRICOLI

 

NOTE

 

  1. Petacco – II prefetto di ferro – etc.. cit. pp. 86 sgg.

mafia

 ASSICURAZIONE

MAFIA E POTERE – BEPPE NICCOLAI


1ª parte
 

La mafia, per essere tale, deve controllare il territorio; ciò vuole dire necessariamente «fare politica». Per poter realizzare i suoi «affari» -che sono alla base della esistenza stessa di questo tipo di criminalità- deve instaurare rapporti con quella che viene definita «società civile» e con il mondo politico ed economico. I rapporti con la «società civile» del territorio controllato sono basati sulla forza attraverso la quale si ottiene l’omertà o anche il consenso. I rapporti politici ed economici sono fatti di legami palesi ed occulti, di scambi di favori, di controllo del voti, di minacce, di infiltrazioni, di condizionamenti. Quando i rapporti politici ed economici si rompono e gli apparati dello Stato combattono veramente la mafia, essa va in crisi perché incomincia e perdere il controllo dei territorio e quindi il consenso e l’omertà.

La storia della mafia e del suo sviluppo è quindi, soprattutto, storia dei suoi legami con il mondo politico ed economico.

Già nel primi anni dell’Unità d’Italia la Mafia ha i suoi legami con il potere politico ed economico, ma essi sono di sudditanza: il nobile o il borghese, con i voti dei mafiosi va a fare il deputato a Roma, mentre i mafiosi, con l’appoggio del nobile e del borghese, vanno a fare i consiglieri nei paesi della Sicilia. In quel periodo l’opera della mafia è essenzialmente legata all’agricoltura: impone guardiani nel campi, tangenti sulle greggi e, soprattutto, cerca di monopolizzare il controllo delle acque, indispensabili all’agricoltura stessa. Alle elezioni dei 1876 l’opposizione ottiene in Sicilia ben 43 deputati su 48 e c’è l’avvento al potere della sinistra, con il governo De Pretis, proprio grazie al voti determinanti dei deputati siciliani. Si comincia a dire che la vittoria della sinistra è stata agevolata proprio dal mafiosi e che con la vittoria della sinistra ha vinto l’opposizione mafiosa. «Nel 1895 (età di Giolitti) -scrive il giudice Rosario Minna in “Breve storia della mafia”- il generale Mirzi, su ordine del governo, parte da Palermo e va ad Alcamo per far scarcerare un mafioso la cui famiglia è essenziale per l’elezione a deputato dei candidato governativo».

In Sicilia le elezioni tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 -anche se non esiste il suffragio universale- non hanno nulla di diverso da quelle dei giorni nostri: ciechi che votano, fucilate e attentati. Nel 1905, a Grammichele, la mafia spara sul contadini: 18 morti e 200 feriti. Tra la fine del ‘800 e l’inizio dei ‘900, vengono assassinati anche alcuni sindacalisti. Nel 1909 la mafia uccide a Palermo il poliziotto italo-americano Joe Petrosino impegnato in indagini proprio sulla mafia. Dell’omicidio viene accusato il boss don Vito Cascio-Ferro. Al processo, però, don Vito si salva perché un deputato palermitano testimonia che all’ora dell’omicidio il mafioso era a pranzo in casa sua.

Nel maggio del 1924, Mussolini -capo di un governo di coalizione- va in Sicilia e, a Piana dei Greci, il sindaco Francesco Cuccia sull’auto gli dice che non c’era bisogno di tutti quei carabinieri e poliziotti mobilitati in quanto, essendo sotto la sua protezione, non avrebbe potuto avere «dispiacenze». Mussolini interruppe la visita e tornò a Roma. Nella capitale convocò i suoi collaboratori e chiese un uomo da mandare in Sicilia a combattere la mafia. Venne fuori il nome di Cesare Mori che, da Prefetto di Bologna, aveva ordinato al carabinieri di sparare sugli squadristi. Bocchini, capo della polizia, disse che Mori non era fascista e non capiva niente di politica. Mussolini gli ribattè che non voleva un politicante e chiuse il discorso dicendo: «Spero che sia duro con i mafiosi come lo è stato con i miei squadristi». Mori venne nominato Prefetto di Trapani e dopo pochi giorni era già in Sicilia. Nell’ottobre del 1925, venne quindi spostato a Palermo con l’incarico preciso di combattere la mafia.

Sull’opera di Mori in Sicilia si è molto discusso nel dopoguerra e si continua a discutere ogni qualvolta il problema mafioso si ripresenta nella sua drammaticità: alcuni -come la televisione di Stato- hanno messo in risalto una eccessiva durezza del «Prefetto di ferro»; altri hanno cercato di accreditare la tesi secondo cui Mori avrebbe colpito solo personaggi secondari (tesi sostenuta anche su “la Repubblica” del 26 luglio). Si tratta quasi sempre di affermazioni dettate da interessi di parte, al fine di impedire una seria discussione sul perché del rinascere della mafia e del suo continuo espandersi nel dopoguerra. Gli studiosi più seri -anche se antifascisti- sono, però, di tutt’altro parere.

Il giudice Minna, nella citata “Breve storia della mafia”, scrive: «Mori, abile anche nel chiedere ai siciliani di muoversi per primi per liberarsi dai mafiosi, assesta alla mafia una botta tremenda.

Migliaia sono i mafiosi che se non vengono incarcerati, almeno finiscono per un buon periodo in una caserma dei carabinieri o in un commissariato di pubblica sicurezza, e i mafiosi vanno a piedi da casa loro alle caserme, ammanettati per le strade dei loro paesi, così essi perdona la faccia […] Mori colpisce duramente i sindaci e i consiglieri comunali mafiosi che numerosi vanno in galera o al confino (a cominciare da Cuccia di Piana dei Greci) sotto l’accusa di associazione per delinquere di tipo mafioso. [ … ] Anche preti mafiosi è avvocati capimafia seguono in galera i loro complici mafiosi. […] Dal 1925 al 1931 numerosi sono i processi che si celebrano contro la mafia, con oltre 100 imputati per volta, e si concludono con pesantissime condanne». In galera fino alla morte finisce anche don Vito Cascio-Ferro. «E la prima volta -prosegue Minna- che lo Stato italiano, con Mussolini, usa la violenza specificamente e direttamente contro la mafia. […] Tanti sono allora i mafiosi che, secondo la leggenda che comincia a sorgere su Mori, si danno spontaneamente nelle mani del prefetto, dopo anni e anni di impunità e di comoda latitanza».

Sergio Turone, nel libro “Corrotti e corruttori” scrive: «Sul finire degli anni venti il regime fascista -il cui autoritarismo ferreo ovviamente, non poteva tollerare l’esistenza di un contropotere quale quello della mafia aveva profuso molte energie nella lotta contro questo tipo di criminalità organizzata, e la quale aveva inferto molti duri colpi».

Lo storico e giornalista Arrigo Petacco è ancora più chiaro. Ha infatti scritto: «La mafia […] ha sempre vinto. Tranne una volta. […] Accadde in epoca fascista e l’operazione vittoriosa fu personalmente sponsorizzata dallo stesso Mussolini».

Mori «con alle spalle, oltre che un’eccezionale carriera di polizia, tre clamorose operazioni antimafia naufragate al momento giusto per i soliti intrighi tra mafia e politica, […] ai suoi uomini assegnò poche semplici direttive.

1) Ottenere subito un successo clamoroso (e lo ottenne deportando nelle isole migliaia di sospetti, impiegando anche l’esercito e ponendo l’assedio a interi paesi dominati dai briganti.

2) Seminare il terrore: se la mafia fa paura, lo Stato deve farne di più.

3) Distinguere fra «pesci grossi» e «pesci piccoli»; massima durezza con i primi, tolleranza con i secondi.

4) Riaprire tutti i processi di mafia precedentemente archiviati.

La valanga, di uomini e di mezzi che Mori rovesciò sulla Sicilia diede immediatamente i suoi frutti […]». «Per il quarto punto in programma fu grande alleato di Mori il Procuratore generale Luigi Giampietro Rinunciando alla legittima suspicione (“devono essere i siciliani a giudicare i loro persecutori”) Mori e Giampietro organizzarono nell’isola colossali processi cui veniva data la massima pubblicità. Le condanne furono naturalmente moltissime e sempre pesanti. Le assoluzioni assai poche. Per gli assolti c’era comunque il confino di polizia. I due “Torquemada”, come li chiamavano i siciliani, non si fermarono davanti a nulla. Per esempio: scoperto che molti mafiosi avevano trovato rifugio nelle file fasciste, Mori sciolse addirittura la Federazione dei fasci di Palermo e rinviò a giudizio il segretario […] fu certo un atto molto coraggioso. Assai più coraggioso di quello -mai accaduto- di sciogliere, tanto per fare un esempio, la DC palermitana di Ciancimino». Quest’ultima affermazione taglia corto anche sulle sciocchezze dette nella trasmissione televisiva “Lezione di mafia”. Provino i partiti antifascisti, provi lo Stato democratico a sciogliere le sezioni di partito in cui sono non solo infiltrati ma palesemente presenti e ben accolti i mafiosi!

Il fascismo non operò soltanto sul piano della repressione. Se ai primi del ‘900 la nobiltà siciliana possedeva i tre quarti delle terre, alla fine della IIª Guerra Mondiale tale possesso era ridotto al 27%; se la mafia aveva cercato di monopolizzare il controllo delle acque, lo Stato fascista operò per garantire l’acqua ai siciliani.

Caduto il fascismo per la sconfitta militare, la mafia torna prepotentemente alla ribalta, torna ad acquisire potere; quel potere che è la ricompensa per la collaborazione fornita agli americani prima, durante e dopo l’invasione dell’Italia.

Scrive Sergio Turone: «[Gli americani] per agevolare il successo dello sbarco in Sicilia, sollecitarono tramite la mafia USA la collaborazione dei mafiosi locali. […] Il più noto degli intermediari Lucky Luciano, viene così liberato dal penitenziario, graziato e rispedito in Italia. La mafia aveva già conosciuto momenti di splendore, ed altri ne avrebbe avuti negli anni successivi, tuttavia sempre in una posizione di marginalità rispetto al potere ufficiale.

Nel 1943, dopo lo sbarco americano, ebbe per la prima volta nella sua storia l’onore di essere portata alla ribalta come struttura politico-amministrativa riconosciuta, garantita dalle truppe d’occupazione. I vecchi padrini poterono dunque aggiungere alla forza della tradizione il fresco prestigio che procurava loro la protezione dei vincitori». Anche il giudice Minna sottolinea il legame fra la caduta dei fascismo e la riconquista del potere da parte dei mafiosi. Infatti scrive: «Scomparso il fascismo, i mafiosi riapparirono prepotentemente, come è nel loro stile, in pubblico.

[…] Il generale dei Carabinieri Castellano, nel gennaio del 1945, presenta agli americani la possibilità di mettere insieme separatisti, mafia e partiti per governare la Sicilia contro il banditismo e la violenza generale».

Interessante in proposito una lettera del console americano a Palermo, Alfred T. Nester, del 27 novembre 1944. In essa si legge: «[…] Durante gli incontri segreti tra il generale Castellano e i capi della mafia, il cav. Calogero Vizzini aveva con sé, come consigliere, il dr. Calogero Volpe, medico […] Vizzini è il padrone della mafia in Sicilia».

Dal canto suo, Arrigo Petacco scrive: «[La mafia] si risvegliò infatti soltanto nel 1943 in coincidenza con l’arrivo degli americani. Molti mafiosi poterono così rientrare dal confino vantando addirittura improbabili meriti antifascisti.

Don Calogero Vizzini, capo supremo della nuova mafia, fu visto percorrere l’isola a bordo di una carro armato americano: indicava agli alleati gli uomini giusti da mettere alla guida dei comuni e delle province.

Anche Genco Russo, altro boss mafioso di grande avvenire, rientrò dal comodo confino di Chianciano dove Mori lo aveva fatto “deportare”. Anche lui si disse vittima del fascismo ed ottenne in premio la croce di cavaliere della Repubblica.

La “Onorata Società” era dunque tornata in sella. Per la mafia cominciava una nuova era».

E che la mafia sia ritornata con la “democrazia” lo ammette anche il comunista Malagugini il quale, nella dichiarazione di voto che accompagna la relazione di minoranza del PCI sulla mafia -relazione che reca come prima firma quella di Pio La Torre- dice: «La Commissione Antimafia doveva offrire una risposta alla seguente domanda: come mai la riconquista della libertà e della democrazia nel nostro Paese ha consentito, e secondo taluni giudizi agevolato, la rinascita dell’attività palese della mafia? Come, perché, ad opera di quali forze politiche e sociali è stato possibile un fatto di questo genere?».

Ma non basta!

Giuseppe Niccolai ricordava spesso che l’art. 16 del Trattato di pace firmato dall’Italia alla fine della IIª Guerra Mondiale stabilisce l’impegno dello Stato italiano a non perseguire penalmente coloro che avevano collaborato con gli «alleati».

Quando la Commissione Antimafia -di cui Niccolai era attivissimo componente- chiese di prendere visione dell’elenco dei nomi di «collaboratori» allegato al Trattato, quell’elenco non si riuscì più a trovarlo. Ma noi sappiamo che a collaborare con gli «alleati» erano stati sicuramente moltissimi mafiosi: Lucky Luciano, appositamente liberato dal carcere; Calogero Vizzini, nominato sindaco di Villalba; Giuseppe Genco Russo, nominato capo dell’Ufficio Assistenza Civile del mandamento di Mussomeli; Vito Genovese -che diventerà poi il «capo dei capi»- nominato interprete di fiducia del colonnello Charles Poletti; Max Mugnani -trafficante di droga- nominato depositario dei magazzini farmaceutici americani in Sicilia.

I mafiosi, tornati ad operare in modo palese, instaurarono subito rapporti con il mondo politico. Negli allegati alla relazione della Commissione Antimafia si legge: «[…]

Già verso la fine del 1944 Calogero Vizzini orientò le sue scelte politiche verso la DC. Questo partito, nelle sue sfere provinciali e regionali, ben comprese il grande apporto che alle fortune politiche dei dirigenti e del partito stesso poteva arrecare l’orientamento di Calogero Vizzini e perciò della mafia in generale, e non esitò ad accogliere i mafiosi nelle sue file. […] A Villalba, praticamente, l’intera mafia entrò nella DC; a Vallelunga Lillo Malta passa alla DC con tutto il suo seguito: i Madonia, i Sinatra ecc.; anche il gruppo Cammarata passò alla DC. A Mussomeli Genco Russo e tutto il suo seguito si iscrissero alla DC assumendo la direzione della sezione».

La compenetrazione, l’unicità di interessi ed intenti fra mafia e poteri dello Stato che si realizzano con l’arrivo degli americani, appaiono evidenti fin dai primi anni della Repubblica ed esplodono con il «caso Giuliano».

Salvatore Giuliano non era un mafioso, era diventato bandito perché aveva ucciso un carabiniere che lo aveva fermato con un sacco di farina sulle spalle. Il primo maggio del 1947 la banda di Giuliano spara, a Portella delle Ginestre, contro i contadini che manifestano. È la prima “Strage di Stato».

Beppe Niccolai ricordava che gli ispettori-capi della polizia, Ettore Messana e Ciro Verdiani, andavano a fare visita a Giuliano latitante; che Ciro Verdiani consegnava a Giuliano i nomi dei carabinieri infiltrati nella sua banda, e che lo stesso Verdiani portava al bandito il panettone per Natale, brindava insieme a lui e lo accompagnava ai grandi magazzini di Palermo a comprarsi il vestito.

Il 5 luglio del 1950, un comunicato del Ministero dell’Interno annunciava che Salvatore Giuliano era morto in un conflitto a fuoco con i carabinieri. Nella relazione del colonnello Luca si diceva che il mitra dei bandito si era inceppato dopo il dodicesimo colpo -caricatore da 40- «forse per la eccessiva compressione della molla rimasta per troppo tempo inoperosa», e si elencavano i carabinieri che avevano partecipato al conflitto e il numero dei colpi di mitra sparati da ciascuno di essi.

Non era vero niente!
 

Due giorni dopo il quotidiano “l’Unità” -in un articolo di Maurizio Ferrara- avanzava l’ipotesi che i carabinieri per liquidare Giuliano avevano fatto ricorso alla mediazione e all’aiuto della mafia.

Sergio Turone ricorda che la ricostruzione completa dell’intera vicenda apparve sul “l’Europeo”. Fu proprio “l’Europeo” a rivelare che Giuliano non era stato ammazzato dal carabinieri, ma era stato assassinato, su commissione, mentre dormiva, da suo cugino Gaspare Pisciotta.

Beppe Niccolai raccontava, poi, che solo dopo morto Giuliano era stato colpito da una raffica di mitra per dare credito alla relazione dei carabinieri. Gaspare Pisciotta fu arrestato il 9 dicembre del 1950 e nel processo che si tenne a Viterbo, per la strage di Portella delle Ginestre, ammise di avere ucciso Giuliano nel sonno; dichiarò che l’incarico gli era stato affidato personalmente dal Ministro dell’Interno, il democristiano siciliano Mario Scelba (quello della legge contro la ricostruzione dei partito fascista!), e che la strage di Portella delle Ginestre era stata ordinata dal democristiano Bernardo Mattarella e dai monarchici Alliata di Montereale e Cusumano Geloso.

La dichiarazione su Mario Scelba fu giudicata estranea al processo. Mattarella, Alliata di Montereale e Cusumano Geloso furono prosciolti in istruttoria.

Pisciotta -che nel corso del processo aveva dichiarato che banditi, polizia e mafia erano un corpo solo, come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo- fu condannato per la strage di Portella delle Ginestre, ma il 9 febbraio del 1954 veniva assassinato in carcere con un caffè avvelenato.

Scrive in proposito Sergio Turone -sempre nel libro “Corrotti e corruttori”: «[…] Mario Scelba non era più Ministro dell’Interno dal 16 luglio 1953. In quel delicato ministero gli era succeduto uno dei più abili e dinamici delfini di De Gasperi: Amintore Fanfani. Fanfani restò all’Interno fino al 18 gennaio 1954, giorno in cui per la prima volta fu designato alla Presidenza dei Consiglio e formò un monocolore democristiano. Nella nuova compagine governativa il Ministero dell’Interno fu affidato a Giulio Andreotti, allora legatissimo a Scelba. Quel governo durò in carica solo 23 giorni e cadde per la mancata fiducia alle Camere, il 10 febbraio». A proposito delle responsabilità politiche del delitto («le quali potrebbero coincidere o non con quelle penali»), Turone prosegue: «Qualora si ritenga che per ottenere e progettare un delitto fra le mura di un carcere occorra una preparazione più lunga di tre settimane, il ministro responsabile deve essere indicato nel predecessore di Andreotti: Fanfani. Se invece si ritenga, in teoria, che a un ministro furbo e spregiudicato venti giorni siano sufficienti per fare organizzare la liquidazione fisica di un testimone pericoloso carcerato, allora l’oggettiva responsabilità politica dei fatto ricade su Andreotti. […] Il 10 febbraio 1954 (coincidenza curiosa: proprio il giorno successivo alla morte di Pisciotta) divenne Presidente del Consiglio Mario Scelba, che assunse, guarda caso, anche il Ministero dell’Interno e conservò la carica per un anno e mezzo».

2ª parte
 

Nonostante gli avvenimenti connessi all’arrivo degli angloamericani, nonostante il «caso Giuliano» negli anni Cinquanta e Sessanta non sono pochi i politici e i magistrati che negano perfino l’esistenza della mafia che, invece, agisce e celebra i suoi riti alla luce dei sole. Da “Il venerdì di Repubblica”: «Anche in quell’anno, il ’61, la festa della Madonna della Catena cadeva nella seconda domenica di settembre […] La processione in onore della patrona all’improvviso si fermò, la folla voltò le spalle alla matrice e mille occhi guardarono il vecchio sul balcone. Dietro c’era il figlio, il primogenito. Era poco più di un ragazzo. Il vecchio lo abbracciò davanti a tutti e tutti capirono. A Riesi, case di tufo sparse intorno alle miniere di zolfo della Sicilia profonda, quel giorno era nato un nuovo capomafia. Da tre generazioni i Di Cristina si tramandavano il potere, da un secolo si passavano lo scettro dei comando sulla piazza del paese […]».

Sergio Turone, da un volume-inchiesta sulla mafia, desume questa descrizione di Palermo agli inizi degli anni Sessanta: «Sindaco è Salvo Lima, un giovane fanfaniano protetto da Giovanni Gioia; e assessore ai lavori pubblici è Vito Ciancimino, pupillo di Bernardo Mattarella. È con Lima e Ciancimino che si accolgono numerose «osservazioni» al piano regolatore (e se ne avvantaggiano notissimi mafiosi) e che l’80% delle licenze edilizie vengono rilasciate a prestanome. È il periodo di massima ascesa di Angelo e Salvatore La Barbera che trovano tutte le porte aperte al Comune; ed è quello dell’affermazione del costruttore miliardario “don” Ciccio Vassallo». A proposito di Giovanni Gioia, Nando Dalla Chiesa ha scritto: «Lo scrittore Michele Pantaleone, nel suo libro “Antimafia, occasione mancata”, aveva dato a Gioia del mafioso […] Gioia querelò sia Pantaleone sia l’editore Einaudi. Le prove vennero fuori […] Pantaleone ed Einaudi furono assolti. Per la prima volta un tribunale della Repubblica aveva riconosciuto che un ministro della Repubblica era un mafioso».

Per quanto riguarda la mappa del potere in Sicilia negli anni immediatamente successivi, Nando Dalla Chiesa così prosegue: c’è «poi Attilio Ruffini, ex-doroteo, già ministro della Difesa e degli Esteri In prima fila […] al funerali di don Calogero Volpe e poi ospite di gala a una cena elettorale organizzata nel ’79 dalla banda delinquenziale (traffico di droga) degli Spatola e degli Inzerillo, allora membro come Lima della direzione nazionale democristiana. […] Il maggior potere economico è invece detenuto dal costruttore Cassina […] ma soprattutto dai cugini Salvo Lima e Antonio Ardizzone, proprietario del “Giornale di Sicilia”, la cui famiglia è a sua volta in rapporti di amicizia con Michele Greco, il boss mafioso condannato all’ergastolo per l’assassinio dei giudice Chinnici. Altri personaggi dotati di potere reale sono Aristide Gunnella e l’avvocato Vito Guarrasi. A proteggere Lima e Ciancimino non ci sono solo i democristiani.

Ciancimino viene eletto Sindaco di Palermo nel novembre del 1970; viene subito presentata una mozione per le immediate dimissioni del Sindaco «mafioso»; ma Ugo La Malfa -segretario nazionale del Partito Repubblicano, con fama di moralizzatore- invia un telegramma in cui si dice in sostanza: «Se fate dimettere Ciancimino io provoco la crisi su tutto il territorio nazionale …».

Gli anni Settanta, quelli in cui i personaggi anzidetti accrescono il loro potere, sono anni cruciali per lo sviluppo della mafia. Luciano Leggio (detto Liggio), dopo avere eliminato don Michele Navarra, dà inizio all’era dei Corleonesi (a proposito di Liggio, nel 1974, il giornalista Zuffino manifestò il sospetto che questi sapesse qualcosa sulla bomba di piazza Fontana del 12 dicembre 1969). Anche se proprio durante gli anni Settanta Liggio, Alberti, Coppola, Badalamenti ecc. finiscono o al confino, o in galera, o uccisi, la mafia non perde potere ma, anzi, si espande, cresce, si modernizza -anche su consiglio di “Cosa Nostra” americana- e i delitti eccellenti che prima erano stati rarissimi (quattro in un secolo) diventano pane quotidiano.

E proprio negli anni ’70 scoppia uno dei casi più clamorosi che mette in evidenza i legami tra mafia, alta finanza e poteri politici: il “caso Sindona”. Sindona era appena un giovanotto negli anni in cui gli americani -con l’aiuto della mafia- sbarcavano in Sicilia.

Negli anni in cui nasceva la Repubblica, Sindona lasciava l’isola per raggiungere Milano, con in tasca alcune lettere di presentazione per influenti personaggi dello stato post-fascista. Ambizione, intelligenza ed “amicizie giuste” facevano in pochi anni di Michele Sindona un potentissimo finanziere con le mani in pasta in numerose società finanziarie e banche in Italia e in America. Nel 1973 Sindona organizzava all’Hotel Regis di New York un pranzo in onore di Giulio Andreotti che, proprio in quella occasione, gli attribuì il titolo di “salvatore della lira”. Pochi mesi dopo, però, l’impero finanziario del banchiere italo-americano è allo sfascio. Guido Carli, governatore della Banca d’Italia, chiama l’avvocato Giorgio Ambrosoli per rimettere ordine in quell’impero.

Beppe Niccolai, nella rubrica “Rosso e Nero” sul “Secolo d’Italia” del 1 giugno 1984, scriveva: «C’è una lettera di Michele Sindona. È del settembre 1976. È indirizzata all’allora Presidente del Consiglio in carica, Giulio Andreotti, capo di un governo retto anche dai voti del PCI. Proviene dall’America. La busta reca il recapito: Hotel Pierre Nuova York. Il bancarottiere, inseguito da un mandato di cattura della magistratura italiana, traccia per il Presidente del Consiglio, un vero e proprio programma di azione. Eccolo: contrastare l’estradizione richiesta dai giudici milanesi; esercitare pressioni sull’apparato giudiziario e amministrativo perché recedano dal comportamenti contrari a lui, Sindona; sistemare gli affari delle banche dichiarate fallite; opporsi alla sentenza di insolvenza […]».

Il 17 dello stesso mese su “OP”, l’agenzia di Mino Pecorelli, si poteva leggere per come riportato da Turone: «Siamo entrati in possesso di un documento relativo all’istruttoria Sindona – in particolare della parte che si riferisce al professionista che percepì dal salvatore della lira il miliardo da girare al Presidente dei Consiglio [Giulio Andreotti]. Esistono le prove documentali che il Presidente del Consiglio ha percepito un miliardo da Michele Sindona -che un altro miliardo è stato pagato ad un ex-segretario politico di un partito- che ben quindici miliardi sono stati versati nelle casse di un partito politico (lo stesso del Presidente del Consiglio e dell’ex-segretario politico in questione)».

Nella citata rubrica “Rosso e Nero”, Niccolai riportava quanto scritto da “il Corriere della Sera”: «il 15 e il 25 luglio ’78 Rodolfo Guzzi (avvocato di Sindona arrestato per estorsione in questi giorni) viene ricevuto a Palazzo Chigi da Giulio Andreotti, Presidente del Consiglio. Lo mette al corrente del piano di salvataggio delle banche di Sindona. Andreotti spiega all’interlocutore che la persona più adatta per valutarlo è il ministro dei Lavori Pubblici Gaetano Stammati. Il nome di Gaetano Stammati risulterà poi nell’elenco degli iscritti alla P2. È lo stesso on. Andreotti che fissa l’incontro Guzzi e Stammati.

Il 20 settembre ’78 il ministro dei Lavori Pubblici presenta il progetto di salvataggio a Carlo Ciampi Governatore della Banca d’Italia. È bocciato. Il parere negativo viene riferito tanto all’on. Andreotti che all’avvocato Guzzi». Prosegue Niccolai: «[…] Infatti Andreotti non ce la fa.

Nemmeno Enrico Cuccia, Consigliere delegato di Mediobanca, che, minacciato di rapimento dei figli, collabora alla stesura di un piano di salvataggio. A dire “no” ai piani di salvataggio è ancora Giorgio Ambrosoli […]». Dagli atti del processo per l’assassinio dell’avvocato Ambrosoli risulta che lo stesso avvocato il 9 gennaio ’79 ricevette nel suo studio una telefonata in cui l’interlocutore diceva che tutti davano la colpa a lui (Ambrosoli); «sia il Grande Capo sia il Piccolo, il signor Cuccia»; e l’anonimo telefonista spiegava all’allibito avvocato che il Grande Capo altri non era che Andreotti.

L’11 luglio, alle ore 23,30, Ambrosoli veniva assassinato appena sceso dalla sua auto. Ai suoi funerali nemmeno una corona dello Stato. Qualche giorno prima aveva confessato ad un amico: «Mi minacciano di morte. Ho sinceramente paura. Ma non posso tirarmi indietro: ne andrebbe della credibilità dello Stato».

Anche lui, come Dalla Chiesa, come Falcone, come Borsellino, credeva in uno Stato che non si identifica con le istituzioni e con gli uomini che le rappresentano!

Assassinato finirà anche Mino Pecorelli. Alcuni anni dopo, Michele Sindona -che in precedenza, per sfuggire al processo, aveva inscenato un suo finto rapimento con l’intervento della mafia e della massoneria- verrà estradato in Italia per essere processato. Durante le prime battute dei processo cercherà di mandare segnali rassicuranti per i suoi amici e protettori; cercherà di far capire che non ha intenzione di parlare. Non verrà creduto. Finirà assassinato in carcere con una tazzina di caffè avvelenato. Come Pisciotta.

Proprio in quegli anni (gli anni 70) la Sicilia è ancora una volta terra di esperimenti politici: si tesse la tela del «compromesso storico» che porterà poi i comunisti nella maggioranza che sostiene il governo Andreotti ai tempi del «caso Sindona».

A guidare il PCI siciliano è Achille Occhetto; e il PCI tesse la sua tela con il partito più imbevuto di mafia. In quegli anni si indaga sulla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, ma il colonnello dei Carabinieri Giuseppe Russo, impegnato nelle indagini viene assassinato (agosto ’77) insieme al suo amico prof. Filippo Costa.

Sul settimanale “il Candido” sta scritto: «In quel momento non solo i dirigenti politici romani, ma anche i ras DC-PCI dell’isola (Giovanni Gioia, Salvo Lima, Attilio Ruffini, Nino Gullotti, Achille Occhetto, Pio La Torre) possono finalmente convenire che sull’affare De Mauro-Scaglione è stata posta definitivamente la parola “fine”.

È vero che restano ancora in vita e in attività di servizio gli antichi dirigenti della squadra omicidi della questura di Palermo, Bruno Contrada e Boris Giuliano, che ai tempi dell’inchiesta sulla sparizione di De Mauro erano stati i più decisi accusatori della banda Verzotto-Guarrasi e, di riflesso, del loro grande protettore Eugenio Cefis [ex-capo partigiano]».

Il 30 maggio ’78 viene assassinato anche Giuseppe Di Cristina, il pezzo da 90, «uomo di mano del democristiano Graziano Verzotto» il quale è recentemente rientrato in Sicilia dopo un lungo periodo di latitanza, in quanto amnistie varie hanno annullato la condanna a suo carico. Di Giuseppe Di Cristina -quello delle consegne in piazza durante la processione- parlava anche Giovanni Falcone, ricordando quanto gli aveva detto il pentito Antonio Calderone: «Per esempio, il boss di Riesi Giuseppe Di Cristina, deluso dalla mancanza di aiuto concreto da parte della Democrazia Cristiana per alleggerire le misure di sorveglianza di pubblica sicurezza, si è rivolto al repubblicano Aristide Gunnella. Di Cristina è stato poi anche assunto in un Istituto regionale su proposta dello stesso Gunnella». «C’è da meravigliarsi se il Partito Repubblicano ha raccolto “una valanga di voti” alle elezioni di Riesi, per dirla con Calderone?»

Ma torniamo agli esperimenti politici
 

Ha scritto Nando Dalla Chiesa, uomo di sinistra: «La mafia, è bene ricordarlo, diventa più potente proprio nel decennio in cui cresce -e non di poco- la forza della Sinistra.

Spiegazioni a iosa, d’accordo.

Ma c’è un interrogativo inquietante.

Quali sono i princìpi che regolano tattiche, strategie, formule e soprattutto alleanze della sinistra in quel periodo?

Forse le leggi della politica che essa pratica sono le stesse in cui può navigare il potere mafioso? […] c’è a sinistra un approccio al potere che va criticato impietosamente.

Senza di che la denuncia delle responsabilità democristiane resterà sacrosanta quanto inefficace».

Questo approccio non riguarda solo la Sicilia
 

Franco Martelli, in “La guerra mafiosa”, scrive: «C’era comunque, e soprattutto nelle forze di sinistra, un difetto di origine: le organizzazioni mafiose, laddove esistevano, non essendosi ovunque caratterizzate come sostegno agii agrari (ciò era avvenuto più nella zona di Gioia Tauro, di meno nella lonica e sull’Aspromonte) venivano viste pur sempre come forma di ribellione e di reazione, quasi che il riscatto potesse passare anche, dopo tutto, attraverso questa prima fase per così dire grezza della rivolta.

La cosiddetta “repubblica” di Caulonia del marzo ’45 ne era stata illuminante testimonianza».

E a questo punto Martelli riporta quanto sostenuto da Sharo Gambino nel suo libro “Mafia. La lunga notte della Calabria”, proprio a proposito della “Repubblica rossa” di Caulonia: «È certo comunque che presero parte alla rivolta anche i mafiosi, ovvero i braccianti aderenti alle “ndrine” locali.

È altrettanto certo che la rivolta si nutrì di comportamenti e persino di rituali mafiosi».

E che la sinistra -e i comunisti in prima fila- avessero attenzioni a dir poco benevole nei confronti della mafia lo dimostra quanto scritto il 26 aprile ’44, sul settimanale della Federazione Provinciale di Palermo del PCI, in un articolo intitolato “La mafia”.

Ecco una significativa parte:
«I componenti della vecchia mafia nelle lotte per la conquista delle terre non avranno più bisogno di mettersi fuorilegge: solo adattandosi ai nuovi tempi e al nuovi bisogni di unione con tutti i lavoratori essi potranno realizzare le loro aspirazioni ed emanciparsi economicamente come tutti i contadini. Il separatismo e la mafia hanno interessi diametralmente opposti: se questa oggi è allettata dai latifondisti con lauti stipendi e larghi utili per il concorso al contrabbando, è perché essa è utile; ma se per caso domani i latifondisti si dovessero di nuovo consolidare, troverebbero un altro Mori per reprimere nuovamente i loro alleati». Quale sia stato poi l’approccio dei comunisti alla politica e soprattutto al potere è dimostrato dal fatto che perfino Pio La Torre nel dicembre dei ’74, in tempo di compromesso storico e di crescita mafiosa, dichiarava: «Do atto che in questi ultimi tempi nella DC siciliana c’è stato un processo critico, autocritico, di ripensamento e quindi c’è uno sforzo di rinnovamento che si tenta (in mezzo a mille difficoltà di portare avanti […] Non vi è dubbio che la presa della mafia e il suo potere sull’elettorato in Sicilia si siano ridotti e si sono ridotti per tutto quello di progresso e di sviluppo che in Sicilia c’è stato». Mentre la mafia cresceva ed aumentava il suo potere, Pio La Torre diceva, al contrario, che la sua forza e il suo potere si riducevano.

Tutto ciò perché Il PCI e la DC si erano messi d’accordo
Lo stesso Pio La Torre nella relazione dei PCI nella Commissione antimafia -che è una relazione di compromesso- difendeva Vito Guarrasi, il cui nome compariva più volte negli atti della Commissione stessa. Per difenderlo -diceva- «dagli attacchi della destra fascista».

Chi sia Vito Guarrasi lo dice -oltre alle numerose citazioni negli atti dell’Antimafia- anche una pagina dei memoriale di Giuseppe Insalaco, il sindaco di Palermo assassinato dalla mafia.

Insalaco scriveva che Guarrasi, quale inviato dal conte Cassina, lo voleva convincere a scegliere la trattativa privata per «quell’appalto»; in questo modo avrebbe evitato di essere travolto da una vicenda giudiziaria che stava maturando al Palazzo di Giustizia contro di lui, e di cui Guarrasi era misteriosamente a conoscenza.

Nel diario di Rocco Chinnici -il magistrato assassinato dalla mafia- c’è un appunto in data 17 aprile ’81. Eccolo:

«Ore 18, viene a trovarmi il marchese De Seta; dopo avermi raccontato delle sue vicende con l’avvocato Guarrasi, mi fa presente che costui è intimo amico dei senatore Emanuele Macaluso. Mi riferisce che alla galleria d’arte “La Tavolozza” (il cui proprietario effettivo è Renato Guttuso) si recava spesso il dott. Boris Giuliano, il quale in quella sede, parlando con Leonardo Sciascia e qualche altro, si riteneva certo che responsabile del sequestro Di Mauro era proprio il Guarrasi [Boris Giuliano era il vice-questore di Palermo poi assassinato dalla mafia]».

Scriveva Niccolai: «Importante Vito Guarrasi per il PCI. Al punto che il 30 maggio ’74 […] Emanuele Macaluso, direttore de “l’Unità” inviò al ministro dell’interno un’interrogazione, chiedendo, in modo perentorio, l’allontanamento dal servizio dei questore Angelo Mangano perché costui, in dichiarazioni rese davanti alla Corte di Assise di Palermo, aveva osato dire, sul conto di Guarrasi, quello che oggi si trova scritto sui diari di Rocco Chinnici: Vito Guarrasi, la testa pensante della mafia in Sicilia».

Macaluso, chiamato in causa dalla pubblicazione dei diari di Chinnici, fece emanare una precisazione in cui affermava che la sua amicizia con Guarrasi era conseguenza dei rapporti che lo stesso Guarrasi intratteneva con tutto il gruppo dirigente comunista siciliano, e ricordava che Guarrasi era stato candidato nel ’48 nelle liste del Fronte Popolare, era stato poi amministratore del «giornale democratico di Palermo “l’Ora” e consigliere giuridico di Enrico Mattei e dell’ENI».

I rapporti di Guarrasi con il PCI -secondo Macaluso- si sarebbero poi interrotti dopo l’esperienza del governo di Milazzo.

Peccato che l’interrogazione dello stesso Macaluso, prima riportata, sia successiva di quasi quindici anni a quel governo siciliano.

Pio La Torre finirà poi massacrato dalla mafia e Niccolai invitava ad andare a guardare all’appalto del Palazzo dei Congressi di Palermo, («un appalto di diversi miliardi.

Una ditta cara a sinistra, data per vincente, e che poi non ce la fa») e al racconto che si fa nella relazione di minoranza dei MSI -redatta dallo stesso Niccolai e definita «una cosa seria» da Leonardo Sciascia- «della convenzione che il Comune di Palermo stipula con la ditta Vaselli negli anni ’60, per il rinnovo dell’appalto della nettezza urbana. E si troverà che anche Pio La Torre si portava dietro i suoi peccatucci, tipici di una situazione, quella siciliana, dove il PCI è stato sempre non forza di opposizione, ma di potere, niente altro che forza di potere».

Altri fatti ancora mostrano quale sia stato -e quale sia ancora- l’approccio dei PCI (e della sinistra in generale) al potere e alla politica.

Fatti che fanno capire e che fanno apparire «naturale» quello che è successo in questi anni in Sicilia, a Milano (tangentopoli) e in ogni angolo d’Italia.

Anni fa Niccolai scriveva -tramite il “Giornale di Sicilia” e “l’Unità”- una lettera (mai pubblicata perché il destinatario non ne volle sapere di rispondere) indirizzata ad Emanuele Macaluso, «per sapere se il PCI non partecipasse almeno in Sicilia al sistema di potere DC», e chiedeva: «che cosa ci faceva, nel febbraio del ’72, nel Consiglio di Amministrazione della finanziaria GEFI, proprietaria del pacchetto di maggioranza dell’ex-Banca Loria, poi Banco di Milano di Michele Sindona, l’avvocato Calogero Cipolla, all’epoca presidente del giornale (comunista) “l’Ora” di Palermo, consigliere di amministrazione del quotidiano (comunista) “Paese Sera”, fratello del senatore (comunista) Nicolò Cipolla, già membro della Commissione Antimafia […]».

Quello di non rispondere quando è in difficoltà è per Macaluso un vizio.

Infatti non ha mai voluto rispondere nemmeno alle richieste di spiegazioni sul passaggio delle vecchie miniere baronali dalla mano privata a quella pubblica.

Un «affare» a proposito del quale Leonardo Sciascia ha scritto che «nulla capiremo della mafia finché non metteremo in luce gli aspetti di questa vicenda».

C’è poi una dichiarazione di Maria Fais, amica della famiglia La Torre, rilasciata dopo l’assassinio del parlamentare comunista, che si salda perfettamente con quanto detto: «Pio sospettava che “l’Ora” e “Tele l’Ora”, testate del PCI fossero finanziate da imprenditori siciliani vicini alla mafia».

Che l’approccio alla politica dei PCI fosse uguale a quello della DC anche fuori dalla Sicilia lo dice poi il democristiano Cirino Pomicino in una dichiarazione del 1982. Eccola: «Gli sviluppi dell’ultimo periodo a Napoli presentano un dato di continuità: quello dei rapporto tra gruppo doroteo della DC ed amministratori comunali del PCI. Per essere più precisi, tra Andrea Geremicca deputato ed assessore di punta comunista e Raffaele Russo, gaviano. La gestione di ventimila alloggi da costruire e distribuire in base alla legge Andreatta è stata manipolata da un cosiddetto comitato politico che è la sede della spartizione fra PCI e dorotei».

La fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta sono caratterizzati da una lunga serie di delitti «eccellenti». Cadono, tra gli altri, il già citato Boris Giuliano, Cesare Terranova, Michele Rejna, Emanuele Basile, Gaetano Costa, Piersanti Mattarella. Nell’aprile del 1982 muore anche -come già detto- Pio La Torre, segretario regionale del partito Comunista. Questo delitto precede di soli quattro mesi un altro delitto «eccellente», che è anche un delitto annunciato: quello di Carlo Alberto Dalla Chiesa

3ª parte
 

Dalla Chiesa, reduce dal successo contro il terrorismo, viene nominato Prefetto di Palermo. Sembra un segnale importante. Si crede che il governo voglia combattere davvero la mafia.

Ma è solo apparenza.

Il figlio del generale, Nando, racconta nel suo libro “Delitto imperfetto” che, prima di partire per la Sicilia, il padre ebbe un incontro che sarebbe stato «(…) per il suo destino un incontro cruciale: quello con Giulio Andreotti». Dopo questo incontro il Generale avrebbe detto: «Sono andato da Andreotti e quando gli ho detto tutto quello che so dei suoi in Sicilia è sbiancato in faccia». Andreotti, dal canto suo, ha smentito che in quell’incontro si sia parlato dei rapporti mafia-politica. Però, nel suo diario, nella pagina del 6 aprile 1982, il Generale ha lasciato scritto: «Poi ieri anche l’on. Andreotti mi ha chiesto di andare e naturalmente, date le sue presenze elettorali in Sicilia, si è manifestato, per via indiretta, interessato al problema. Sono stato molto chiaro e gli ho dato però la certezza che non avrò riguardo per quella parte di elettorato alla quale attingono i suoi grandi elettori». Chi ha mentito? Comunque, appena Dalla Chiesa arriva in Sicilia incominciano le polemiche sui poteri da conferirgli. E a schierarsi contro di Lui sono proprio gli uomini e i partiti di governo che li avevano promessi e che, secondo Nando Dalla Chiesa, erano stati posti dal padre come condizione per l’accettazione della nomina. Comincia il socialdemocratico Carlo Vizzini ricordando che il compito affidato al neo-prefetto era quello di «Spezzare le pericolose collusioni tra la delinquenza organizzata e l’eversione». (Quindi non i legami tra mafia e politica). I giornali del 13 agosto riportano la notizia che il Ministro degli Interni Rognoni e il Presidente del Senato, Fanfani, sono contrari all’idea di un Dalla Chiesa nazionale. Scrive il giudice Minna: «Qualcuno del governo non vuole che Dalla Chiesa faccia il suo dovere …». Sul “Giornale di Sicilia” del 18 agosto il vicario episcopale Padre Francesco Michele Stabile dichiara: «La gente comincia a pensare che i gruppi di potere una direzione operativa a Dalla Chiesa non vogliono dargliela perché il Prefetto potrebbe davvero sconfiggere la mafia (…).

Troppe complicità fra i pubblici amministratori.

Troppe collusioni ed anche troppe omissioni …».

E quali fossero le collusioni lo diceva lo stesso Generale il quale, secondo il figlio, dichiarava: «Ora sono stato mandato in Sicilia. Non ci posso far niente se lì i più legati alla mafia sono democristiani».

Ma i problemi per lui sarebbero stati non solo con la DC, ma anche con i partiti laici.

In un’intervista a “Il Mondo”, Angelo Sanza, uomo di governo democristiano, legato a De Mita, delegato ai problemi della polizia, affermava che Dalla Chiesa non poteva avere a Palermo compiti che sono propri di organizzazioni centrali. Secondo Nando Dalla Chiesa il messaggio lanciato da Sanza sarebbe stato questo: «Dalla Chiesa è un prefetto come gli altri, non ha e non avrà nessun potere in più …» e «Di fatto significa, ancora, che lo Stato, se sarà toccato Dalla Chiesa, non riterrà di essere stato colpito al cuore, di doversi mettere in guerra con la mafia». Lo stesso Nando così commenta: «Se non sbaglio, quel messaggio ha trovato orecchie attente».

In questo clima, mentre la mafia continua ad uccidere e a far sapere che è cominciata “l’operazione Carlo Alberto”, si arriva quasi a negare l’esistenza stessa della mafia, o almeno la collusione con i politici: il sindaco di Palermo, Martellucci, dichiara: «Io non conosco collusioni mafiose al Comune di Palermo», e il prefetto di Catania, Abatelli, afferma: «Qui la mafia non esiste». Dalla Chiesa cerca allora di utilizzare la stampa per costringere il governo ad uscire allo scoperto e a muoversi. Concede a Giorgio Bocca la famosa intervista in cui dichiara di essere stato lasciato solo e di essere, per questo, un facile bersaglio per la mafia. Ma il Presidente del Consiglio, il Ministro degli Interni e tutto il governo non si muovono.

Il 2 settembre, il Generale viene assassinato insieme alla giovane moglie Emanuela Setti Carraro. Si pensa ad una talpa che avrebbe informato il commando mafioso dell’uscita del Generale dalla Prefettura e dell’itinerario seguito. Nando Dalla Chiesa afferma che in Prefettura lavoravano -tra gli altri- Antonio Miceli, fratello del famigerato Joseph Miceli Crimi, il medico che aveva ospitato Sindona all’epoca del suo falso rapimento e Ciro Lo Prato, segretario comunale di Mariano, democristiano, nipote del boss mafioso Vincenzo Catanzaro coinvolto nell’indagine sull’assassinio del colonnello Russo. Ma il successore di Dalla Chiesa smentisce la possibilità di infiltrazioni.

Subito dopo il delitto, su “Il Giornale”, Indro Montanelli scrive: «Chi siano i capi mafiosi e da chi siano protetti, a Palermo lo sanno anche le pietre. È ora che vengano stanati a qualunque prezzo e con qualunque mezzo. Chi cercherà di opporvisi non potrà che essere considerato un (…) favoreggiatore». E ancora: «Inchiesti il Parlamento, se vuole, ma su sé stesso» e, riferendosi alla Regione Sicilia: «Sappiamo benissimo quanto di mafia è permeata e succube». Ai funerali i figli di Dalla Chiesa notano la presenza, davanti alla bara, della corona inviata dalla Presidenza della Regione Sicilia. Quella presenza -scrive Nando- fa tornare loro in mente la frase detta dal padre: «Nei delitti di mafia la prima corona ad arrivare è quella del mandante». La morte del Generale è un colpo per tutta l’Italia. É chiaro a tutti che le istituzioni -governo in prima fila- non hanno fatto nulla per permettergli di combattere sul serio la mafia. Accanto alla ribellione nasce allora la sfiducia. La convinzione che la mafia non può essere vinta perché la classe politica è troppo legata ad essa. Dal canto suo il Governo cerca di inventare qualcosa di nuovo; e mentre tutti coloro che avevano osteggiato Dalla Chiesa da vivo ne tessono le lodi da morto e negano qualsiasi disaccordo con esso, quei poteri che Lui aveva continuamente richiesti, che gli erano stati promessi prima e negati poi, vengono concessi -forse ancora più ampi- al suo successore. E dal cilindro dei politicanti nasce una nuova figura, quella dell’Alto Commissario per la lotta alla mafia.

La mafia continua, però, ad operare senza grossi problemi. Ad operare e ad uccidere. Cadono: il procuratore della Repubblica di Trapani, Giacomo Ciaccio Montalto; il capitano dei carabinieri, Mario D’Aleo; il giudice Rocco Chinnici; il giornalista Giuseppe Fava; il commissario di polizia Giuseppe Montana; il vicedirigente della squadra mobile, Antonio Cassarà; il magistrato Giuseppe Giacomelli; il presidente della Corte d’Appello di Palermo, Antonio Saetta; il giudice Livatino.

Cadono anche politici ed imprenditori, e non solo in Sicilia.

In Calabria viene assassinato un politico eccellente: l’ex-onorevole democristiano Lodovico Ligato. Sempre in Calabria, dove anni prima era stato assassinato un alto magistrato, Francesco Ferlaino, viene assassinato, nell’agosto del ’91, Antonio Scopelliti, sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione.

Unico fatto di grande importanza nella lotta alla mafia, negli anni ottanta, il processo che un gruppo di magistrati riesce a mettere in piedi in Sicilia, contro pesci piccoli e grossi della mafia, e che resiste fino alla Cassazione. Di questo gruppo di magistrati fanno parte Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Giovanni Falcone raccontava che il pentito Tommaso Buscetta gli aveva detto che Cosa Nostra, prima di arrivare all’eliminazione fisica di un nemico esterno (come può essere un magistrato), cerca di screditarlo. Questa tecnica viene puntualmente attuata contro di Lui: prima i veleni del palazzo di Giustizia di Palermo, con le lettere del corvo, poi il fallito attentato del giugno del 1989 che viene usato per screditare il magistrato. Si arriva infatti a sostenere che esso non era opera della mafia e che serviva come mezzo pubblicitario. Intanto, il gruppo di magistrati che ha portato a termine gli importanti processi di mafia -per uno di quei tanti misteri italici- è stato sciolto. Il 13 marzo ’91, Falcone viene nominato Direttore degli Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia e trasferito a Roma. L’allontanamento da Palermo non pone però il giudice al riparo da Cosa Nostra. Il 23 maggio ’92, mentre in Parlamento si susseguono le inutili votazioni per l’elezione del Presidente della Repubblica, Giovanni Falcone viene fatto saltare in aria insieme alla moglie Francesca Morbillo e a tre uomini di scorta sull’autostrada che porta dall’aeroporto di Punta Raisi a Palermo. Poco tempo prima, sempre a Palermo, era stato assassinato Salvo Lima, europarlamentare della Democrazia Cristiana, ritenuto uno degli uomini più potenti della Sicilia e personaggio di spicco degli atti della Commissione Antimafia. Le indagini dei magistrati palermitani sull’uccisione dell’europarlamentare e le confessioni di alcuni mafiosi pentiti sembrano oggi avere confermato quello che tutti sapevano: Salvo Lima era il difensore politico della mafia ed esercitava il suo compito appoggiandosi a Giulio Andreotti. Il giudice Giuseppe Ayala ha detto che Cosa Nostra non lascia niente al caso. La morte di Lima avrebbe quindi dovuto far capire che all’interno dell’organizzazione si stava giocando (e ancora si sta giocando) una partita importante, ma avrebbe -ancor di più- dovuto fare riflettere su un dato importantissimo: se Lima è stato eliminato vuol dire che ci sono già altri politici di non minore importanza e potere pronti a sostituirlo nelle sue funzioni. Lo Stato non è però riuscito a salvare Falcone. Morto Falcone, chiunque avrebbe dovuto capire che il bersaglio immediatamente successivo sarebbe stato Paolo Borsellino. Puntualmente, due mesi dopo la strage di Capaci, anche Borsellino salta in aria insieme agli uomini della sua scorta. Se l’attentato a Falcone era difficile da prevenire -nelle condizioni attuali-, quello contro Borsellino era talmente ovvio e prevedibile, da manuale, che lascia increduli per come si è potuto attuare. Scontato l’obiettivo: il Magistrato; possibilissimo come obiettivo -anche a prescindere dalla presenza dello stesso- il luogo dell’attentato: il palazzo in cui abita la madre del giudice, lasciato senza alcuna protezione; da manuale la tecnica usata: un auto-bomba; tecnica già usata per assassinare il giudice Chinnici.

Perché, allora, chi doveva non ha preso le necessarie precauzioni?

Aveva detto Falcone: «Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno».

Anche Falcone e Borsellino erano dunque stati lasciati soli.

Come Dalla Chiesa.

Ma anche Falcone e Borsellino erano diventati troppo potenti. Ed infatti uno dei magistrati che con Falcone e Borsellino aveva lavorato a lungo -Giuseppe Ayala-, subito dopo la strage, ha detto: «Dire mafia è troppo poco per spiegare questa strage».

La morte di Falcone, e poi quella di Borsellino, assumono un significato politico. Perché, per esempio, per trasferire i mafiosi dall’Ucciardone (il carcere di Palermo) si è aspettato che fossero assassinati i due magistrati più impegnati nella lotta a Cosa Nostra; i due magistrati che più di ogni altro avevano capito la mafia. E se, ufficialmente, Buscetta aveva detto a Falcone che non avrebbe parlato dei rapporti tra mafia e politici, perché le cose che avrebbe potuto dire erano tali che avrebbero reso incredibili tutte le altre accuse, è possibile che lo stesso non avesse lanciato ai giudici di cui si fidava almeno un segnale su quali erano i politici da cui avrebbero dovuto guardarsi maggiormente? Il giudice Caponetto ha confermato, in un intervista televisiva, che Buscetta, fuori verbale, aveva fatto il nome di Salvo Lima. Adesso, secondo un settimanale, viene fuori che lo stesso Buscetta avrebbe fatto a Falcone i nomi dei politici che ordinavano di uccidere, proprio pochi giorni prima della morte del magistrato.

La morte di Falcone e Borsellino suscita nuove ondate di emozione e di rabbia in tutta Italia e, come al solito, il Governo cerca di varare misure che plachino l’opinione pubblica: i mafiosi dell’Ucciardone vengono trasferiti e in Sicilia arriva l’esercito.

Ma la mafia non è un problema di ordine pubblico.

Il giudice Ayala, in una trasmissione televisiva, ha detto che la mafia non si combatte mandando per le strade di Palermo ragazzi di vent’anni con il fucile in mano e che i provvedimenti del governo sono solo di facciata e non serviranno a combattere quella mafia che è cresciuta grazie ai governi che si sono succeduti e di cui quello attuale prosegue la politica. Certo la presenza di militari fa diminuire scippi, furti e rapine; ma non si sconfigge la mafia se non c’è una volontà politica per farlo.

Diceva Giovanni Falcone: «Diversi anni fa, a Palermo fu consumato uno degli ormai tanti omicidi eccellenti. Mentre ero immerso in amare riflessioni squillò il telefono. Era l’Alto commissario per la lotta alla mafia del tempo: “E ora cosa possiamo inventare per placare l’allarme del Paese?” mi chiese».

L’Alto commissario non si preoccupava tanto di combattere la mafia, ma di cosa inventare per placare l’opinione pubblica.

Questo ed altri episodi danno, secondo Falcone, il quadro realistico dell’impegno dello Stato nella lotta alla criminalità organizzata.

Emotivo, episodico, fluttuante. Motivato solo dalla impressione suscitata da un crimine o dall’effetto che una particolare iniziativa governativa può esercitare sull’opinione pubblica.

É quello che sta scritto anche in un messaggio fatto pervenire al giudice Caponetto -padre del pool antimafia di cui avevano fatto parte Falcone e Borsellino- da un vecchio compagno di scuola: «… I vari Martelli non mirano a bonificare né a migliorare, pensano solo al proprio interesse, gli basta una mossa indovinata per l’opinione pubblica. Anche perché non è gente cui preme che la verità venga tutta a galla o sia perseguita”.

Ed infatti Cosa Nostra ha continuato a colpire. Si è salvato per miracolo un collaboratore di Borsellino e, proprio a Palermo, è stato tranquillamente assassinato uno dei potentissimi in odore di mafia: Ignazio Salvo.

Ma questo Stato può combattere davvero e fino in fondo la mafia?

Secondo me, no!

Non può combatterla perché esso nasce non dalla resistenza -come si dice comunemente-;

nasce nel 1943 dagli accordi degli americani con i mafiosi.

Quel Vito Guarrasi di cui ho parlato era, nel 1943, ad Algeri, insieme al generale Castellano, a trattare la resa dell’Italia. Ma Vito Guarrasi era soltanto un sottotenente.

Chi rappresentava?

E poi c’è quell’articolo 16 del Trattato di pace.

Non può combattere la mafia perché i mafiosi albergano all’interno delle istituzioni e degli onnipotenti partiti che le occupano, e perché essa ha un potere economico enorme.

Diceva Falcone: «Cosa Nostra non è un anti-Stato, ma piuttosto un organizzazione parallela …».

Dopo la morte di Dalla Chiesa, Alberto Cavallari, su “Il Corriere della sera” aveva scritto:

«Dalla Chiesa muore perché spedito al fronte senza tenere conto che dietro le sue spalle la mafia ha invaso le retrovie, gli stati maggiori, l’intendenza, il territorio nazionale.

Che può fare Dalla Chiesa se Milano è mafiosa come Palermo, se Torino ha più cosche di Agrigento, se Roma è una grande Bagheria?».

Dopo l’assassinio di Falcone, Claudio Magris, sullo stesso quotidiano: «(…) la mafia è diventata parte del corpo che dovrebbe combatterla, si è intrecciata con gli organi dello Stato e del mondo politico fino a rendersi indistinguibile da esso».

Giuseppe Fava, il giornalista assassinato dalla mafia, aveva scritto: «I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono Ministri, i mafiosi banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione».

Su “l’Espresso” del 5 aprile, Giorgio Bocca ha scritto che quasi la metà dei giudici riuniti in assemblea dopo l’assassinio del giudice Livatino «(…) hanno firmato un documento in cui si dice che la mafia vince non solo per l’insufficienza dello Stato, ma per un preciso disegno volto a disarticolare ogni tipo di controllo istituzionale e a mantenere gli attuali equilibri economici basati su un intreccio sempre più potente tra attività legali e illegali su cui si fonda il consenso al potere politico attuale».

Falcone raccontava che Buscetta gli aveva detto: «Ho fiducia in lei, giudice Falcone, come ho fiducia nel vicequestore Gianni Di Gennaro

Ma non mi fido di nessun altro.

Non credo che lo Stato italiano abbia veramente intenzione di combattere la mafia».

Nel dicembre del 1983, in un convegno tenuto a Reggio Calabria sul tema “Mafia-Stato-Società”, Raffaele Bertone, allora presidente della sezione antimafia del Consiglio Superiore della Magistratura, aveva detto: «(…) mentre l’attacco del terrorismo alle istituzioni aveva radici ed origini esterne ad esse, quello mafioso trova sostegno oggettivo all’interno delle istituzioni, tra coloro che in misura più o meno significativa le rappresentano e le esprimono».

Beppe Niccolai, nelle conclusioni della sua relazione quale componente della Commissione Antimafia, così scriveva:

«La battaglia contro la mafia si combatte sul fronte dei partiti, debellando prima l’omertà, o meglio l’equilibrio dei ricatti che si è stabilito fra i partiti per poi passare, con mezzi rigorosi e alla piena luce del sole, alla pulizia interna, senza la quale, per dirla con Leonardo Sciascia, grazie al canale putrescente delle correnti partitocratiche, si darà sempre il caso che l’uomo politico di statura europea, moderno, di idee avanzate, ritenuto, in Italia e fuori, capace di guidare le sorti del governo e dello Stato, in Sicilia risulti di fatto il più efficiente protettore degli uomini politici indiziati di mafia, o addirittura, della mafia».

Ma i partiti si sono guardati bene dal fare pulizia, dal recidere i rapporti con la criminalità, organizzata o meno.

Diceva Giovanni Falcone: «La mafia, è un fatto notorio, controlla gran parte dei voti in Sicilia.

Il pentito Francesco Marino Mannoia ha parlato di decine di migliaia di voti sotto influenza nella sola Palermo. E le elezioni politiche del 1987 hanno peraltro messo in luce massicci spostamenti di voti nei seggi elettorali più significativi». Questo spostamento di voti «è stato provocato da Cosa Nostra per lanciare un avvertimento alla Democrazia Cristiana, responsabile di non avere saputo bloccare l’inchiesta antimafia dei magistrati di Palermo». I voti sottratti alla DC -secondo Falcone- «sono confluiti verso quei partiti che avevano assunto una posizione fortemente critica nei confronti della magistratura: il Partito Socialista e il Partito Radicale». Sempre secondo Falcone, alla mafia i problemi politici «non interessano più di tanto fino a che non si sente minacciata nel suo potere o nelle sue fonti di guadagno. Le basta fare eleggere amministratori e politici amici e a volte addirittura membri dell’organizzazione. E ciò sia per orientare il flusso della spesa pubblica, sia perché vengano votate delle leggi idonee a favorire le sue opportunità di guadagno e ne vengano invece bocciate altre che potrebbero esercitare ripercussioni nefaste sul suo giro d’affari». E che i mafiosi sappiano bene quali uomini e quali partiti far votare lo dimostra questo quadro della collusione e dei rapporti politica-criminalità, riferito alla Calabria, tratto dal libro di Franco Martelli: «Scrivevano di don Mommo Piromalli i carabinieri di Gioia Tauro, in un rapporto del 1970: “Gode delle amicizie in seno al personale di governo, con i quali si mantiene in buoni rapporti e dei quali gode anche protezione (…)”. Tre anni dopo, nel corso di una perquisizione nella villa Piromalli, venivano trovati i biglietti da visita di alcuni deputati calabresi della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista». I De Stefano, in varie occasioni hanno fatto campagna elettorale per il PSDI; i boss mafiosi del reggino hanno fatto il giro della Calabria per un parlamentare democristiano; decine di mafiosi sono stati graziati al tempo in cui era sottosegretario alla giustizia un parlamentare repubblicano. Nel giugno 1980 «La DC al comune di Reggio ha presentato un cugino dei De Stefano (…) risultato al secondo posto fra gli eletti. Nel periodo elettorale, Paolo De Stefano, rimasto a capo della famiglia dopo l’uccisione dei due fratelli, aveva ottenuto la sospensione del soggiorno obbligato dovendo essere sottoposto ad un processo a Reggio. (…) Nella stessa occasione, di uguale trattamento ha goduto il boss di Rosarno Giuseppe Pesco, in permesso nel suo comune dove era attivamente impegnato nella campagna elettorale per il PSI. (…) Casi altrettanto clamorosi si sono registrati nel PRI che ha eletto alla Regione Pietro Araniti, cugino del boss Santo Araniti. (…) Sempre i repubblicani hanno fatto eleggere alla provincia di Reggio il genero di don Antonio Macrì, Pietro Ligato. (…) Il PSI, da parte sua, aveva candidato al comune di Montebello Ionico il latitante Paolo Fati, risultato poi primo degli eletti. L’infiltrazione non ha risparmiato in questi anni neanche il PSI».

Francesco Mastroianni

dal Cd “Opera Omnia”, Nuovi Orizzonti Europei


Per saperne di più:

Relazione Antimafia di Beppe Niccolai

Il fascismo e la lotta contro la mafia – G. Tricoli