tricoli

 ASSICURAZIONE

QUADERNI DELL’ISTITUTO SICILIANO

DI STUDI POLITICI ED ECONOMICI

NUOVA SERIE – PALERMO

 

GIUSEPPE TRICOLI

 

IL FASCISMO E LA LOTTA

CONTRO LA MAFIA

 

1) – La Sicilia “sequestrata”

 

Negli anni immediatamente precedenti il primo conflitto mondiale, Giovanni Gentile, in una serie di saggi pubblicati sulla crociana “La Critica”, dopo aver ripercorso le varie fasi del movimento intellettuale dell’isola nell’età moderna, riteneva di poter concludere le sue riflessioni con la tesi del “Tramonto della cultura siciliana”, nel senso di una benefica e positiva confluenza di questa ultima nell’ambito della più vasta ed unitaria cultura nazionale italiana. In realtà, la tesi gentiliana corrispondeva più al grande sforzo della cultura idealistica italiana di creare moralmente, come atto di volontà, una salda coscienza unitaria, che alla realtà effettuale del momento storico. E, comunque, se essa aveva un riscontro in certa cultura accademica, non egualmente si poteva affermare per il complessivo quadro politico, economico e sociale dell’isola, che, in tal caso, più puntuale doveva, invece, considerarsi il riferimento, ancora, a una Sicilia “sequestrata”, secondo l’immagine che lo stesso Gentile aveva coniato per i secoli precedenti.

Ancora nel primo dopoguerra, il grande fermento di idee e il notevole movimento degli spiriti – che nella penisola aveva sostanziato l’opposizione dell’intellettualismo più moderno e vivace al blocco giolittiano e, successivamente, si era travasato nella tematica interventistica e nel crogiolo della “guerra rivoluzionaria”, animando i livelli più significativi del dibattito politico-culturale del periodo post-bellico – in Sicilia riusciva a trovare appena una flebile eco in ristretti circoli, impossibilitato, come era, a penetrare in profondità nella realtà politica e sociale, dominata da un rigido sistema che, nello involucro della cosidetta ideologia sicilianista, perpetuava i tradizionali interessi del latifondismo agrario, attorno a cui si aggregava, in un blocco più che compatto, grazie alla fitta rete di mediazioni delle cosche mafiose, delle sette massoniche, delle clientele locali, la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica siciliana.

Certo, l’isola non aveva ignorato e non ignorava i movimenti ideologici e culturali nuovi: e l’illuminismo, il romanticismo, il liberalismo, il socialismo erano, sia pure con ritardo, penetrati in Sicilia, ma qui, passati attraverso il filtro del sicilianismo, avevano finito col perdere la loro carica di novità, col devitalizzarsi ed, insomma, ad acconciarsi, infine, alla situazione esistente e a integrarsi, in ultima analisi, nel blocco storico dominante, contribuendo a perpetuare uno stato di sostanziale immobilismo.

Sicché non deve meravigliare che, alla conclusione del conflitto mondiale, lo stesso movimento combattentistico, che nelle altre parti d’Italia avrebbe portato tanti fermenti nuovi e incuberà, negli anni travagliati tra il ’19 ed il ’22, gran parte del fenomeno fascista, in Sicilia, dopo aver tentato, di acquistare una fisionomia autonoma, finisse per essere irretito, prima, nella fitta rete del complesso sistema partitico-clientelare e fagocitato, poi, nelle coalizioni dei partiti esistenti: dal liberalismo orlandiano, alla nittiana democrazia sociale, al socialriformismo. 2) –

 

 

2) – II fascismo siciliano delle origini

 

In una siffatta situazione, di immobilismo quasi astorico e di conformismo, si può facilmente comprendere come improbo dovesse presentarsi il compito della penetrazione in Sicilia del fascismo: espressione di una cultura “eretica” e di una politica massacrante. Non mancavano, è vero, nell’isola, focolai di cultura interessanti per i fermenti nuovi, grazie al magistero di alcune figure emergenti, ma già di autentico spessore intellettuale, che si enucleavano ed esprimevano attorno alle idee del nazionalismo, del futurismo, Cfr. G. Iannelli- L’azione futurista in Sicilia … in F.T. Marinetti – Teoria e invenzione futurista – Milano. 1968, pp. 452 sgg. del dannunzianesimo e del fascismo.

Nella Sicilia orientale, fervidi erano i nuclei che si formavano attorno al professore Edoardo Cimbali, titolare della cattedra di Diritto Intemazionale a Catania, in cui si distinguevano i nomi dei fratelli Grazio e Luigi Condorelli o di Gaetano Zingali, destinati a diventare grandi nomi della cultura medica e giuridica; ovvero quelli che si raccoglievano con lannelli, Nicastro ed altri nelle redazioni delle riviste e dei giornaletti del futurismo politico. Ancora, giovanissimi intellettuali come Aniante, Anfuso, Vitaliano Brancati, Giuseppe Villaroel, con fogli più o meno effimeri e con l’ardore attivistico, esprimevano sulla tastiera dei motivi fascisti, dannunziani e nazionalisti la loro rivolta contro l’Italia passatista, cercando di squarciare la fitta e grigia tela del conformismo culturale o la plumbea e pesante atmosfera della provincia siciliana. Ma si trattava, fondamentalmente, di persone, gruppi e nuclei i quali, ancorché esprimessero fermenti di respiro europeo e nazionale, finivano col risultare emarginati, con l’apparire veri e propri déracines, in una realta culturale, come quella siciliana, sostanzialmente marginale, sicché le loro idee non riuscivano ad avere incidenza politica e tanto meno a formare una base di massa.

Ancora più desolante era la situazione nella Sicilia occidentale, dove il latifondo e la mafia erano le manifestazioni più evidenti di un quadro di arretratezza e di immobilismo e dove soltanto attorno ad uno storico già affermato come Francesco Èrcole, il circolo di Alfredo Cucco e Biagio Pace – giovani intellettuali destinati ad avere un nome nel campo degli studi di medicina ed archeologia – con un gruppo di studenti, arditi, reduci e il periodico “La Fiamma Nazionale”., si sforzavano di propagandare le istanze nazional-fasciste.

Un’eccezione, in questo quadro globale, può considerarsi la situazione della Sicilia sud-orientale, dove, tra la fine del 1920 e gli inizi del ’21, analogamente a quanto avveniva nella pianura padana e nelle Puglie, era riuscito ad affermarsi il cosidetto “fascismo rurale” che aveva raggiunto anche una consistente forza organizzativa: espressione del dinamismo politico e sociale di una zona che aveva portato i quadri produttivistici dei piccoli e medi imprenditori agricoli, peraltro penalizzati da una negativa congiuntura economica, a scontrarsi con un’agitazione rossa fomentata in chiave chiaramente bolscevica e diretta al boicottaggio della produzione e all’occupazione indiscriminata anche di terre ben coltivate. Un’eccezione che non modifica tuttavia il quadro generale della precarietà del fascismo siciliano antemarcia, esemplificato dalla assenza di liste fasciste alle elezioni politiche del ’21 che vedono, invece, nella penisola, il primo grande successo del nuovo movimento e la formazione di una sua rappresentanza parlamentare.

 

 

3) – La lotta al sistema

 

Cosicché, all’indomani della marcia su Roma, gli ambienti egemoni siciliani, nel focalizzare, in modo strumentale e mistificante, il fascismo nella loro logica conservatrice, come movimento “restauratore dell’ordine”, potevano affermare che esso non era stato necessario in Sicilia, perché la società siciliana aveva saputo preservarsi autonomamente dal “pericolo rosso”.

Un’interpretazione con cui i tradizionali ceti dominati tentavano un’ennesima manovra gattopardesca, per irretire il fascismo nelle spire avvolgenti della tradizionale logica sicilianista e, in definitiva, per inglobarlo nel proprio quadro ideologico e privarlo di ogni funzione politica nell’isola.

Un’interpretazione, comunque, contro cui reagirà Giovanni Gentile nel suo famoso discorso palermitano del 31 marzo 1924.

“In Sicilia, si dice”, – affermerà il filosofo dell’idealismo -” è mancata quell’opera lunga e insistente di corrosione dello Stato e della coscienza nazionale che fu esercitata in altre province dal socialismo in tutte le sue forme e degenerazioni. È mancata la malattia; or come può giovare la medicina? E perché vi si dovrebbe ricorrere? Fascismo, ho sentito più volte affermare con grande sicurezza, non c’è in Sicilia, perché non v’era stato il nemico, che il Fascismo è nato a combattere”.

Un’opinione comune, abilmente diffusa e propagandata, con una sottile manovra volta a mostrare il carattere contingente del movimento fascista, contro cui Giovanni Gentile prendeva posizione per rivendicare, invece, l’ampio respiro spirituale e politico del fascismo, ricostruirne le origini culturali, metterne in evidenza la sostanza ideologica nuova e, al di là del contingente e’ riduttivo significato antibolscevico, assumerlo al ruolo di protagonista del rinnovamento e della trasformazione dello spirito, dello stato e della società italiani.

Al fascismo siciliano, in particolare. Gentile riconosceva il compito di combattere, per sgombrare gli “strati ancora spessi di vecchi detriti della corrotta politichetta delle clientele campanilistiche o parlamentari”, per sconfìggere certi “vecchi che sorridono, fanno i conti, impettiti per le loro aderenze coi soliti manipolatori e traffichini che non si danno ancora per vinti”. E concludeva con una esortazione ai giovani siciliani che era, nel contempo, un chiaro messaggio politico:

“Voi siete i portatori di uno spirito rinnovatore, che farà sorgere, numerose, armate della fede invincibile, le falangi che spazzeranno, non ne dubitate, tutte queste tarlate carcasse che ingombrano ancora i circoli e le piazze”.

Gentile, dunque, metteva l’accento proprio su quelle motivazioni che avevano animato culturalmente ed attivistica-mente, ancorché, a volte, non razionalmente chiarite, quel movimento incandescente del primo nazionalfascismo in cui l’estetismo dannunziano e futurista, da una parte, l’arditismo e l’attivismo combattentistico, dall’altra, nel fondersi coi miti patriottici e nazionalistici, si risolvevano volontaristicamente in un’evasione dalla realtà presente che traduceva concretamente il ripudio della vecchia Italia provinciale e passatista ed esprimeva l’istanza di una società nuova, moderna, europea. Un’evasione e un ripudio che avevano bisogno di esprimersi in forme idealistiche e irrazionalistiche, in un attivismo frenetico e “vociante”, quanto più la realtà si presentava torpida, sorda ed immobile, come appunto in Sicilia, ma non per ciò mancavano di indicare politicamente gli obiettivi da colpire: che erano quelli dei vecchi partiti, delle camarille locali, dei gruppi di interesse, delle cricche personali, delle cosche maliose. Insomma, proprio l’assenza o la scarsa virulenza, in Sicilia, del pericolo rosso, del bolscevismo, avevano fatto porre, nella pubblicistica e nei primi documenti programmatici del nazional-fascismo siciliano, l’accento sulle istanze fondamentali del movimento e, in particolare, sulla fatiscenza del sistema liberale, come si manifestava nell’isola con i mille particolarismi culturalmente stantii, moralmente corrotti, politicamente trasformisti, mediati dalla mafiosità locale, in funzione di cerniera, a favore del blocco di potere economicamente fondato sulla rendita latifondistica.

Fin dal novembre del 1919, “La Fiamma Nazionale” di Alfredo Cucco e Stefano Rizzone Viola – un periodico che, mutuando a livello siciliano i temi più pregnanti della rivolta antigiolittiana, così come erano stati filtrati, nell’anteguerra, dall’esperienza vociana e dalle riviste del nazionalismo corradiniano, e gli argomenti della polemica politica post-bellica, alimentata dai concetti della “guerra rivoluzionaria” e della “vittoria mutilata”, sarebbe stato, per tanto tempo nell’isola, l’espressione più lucida di un personale politico nazional-fascista emergente, in opposizione ai quadri del vecchio mondo liberale, mobilitati in un’azione di ricomposizione e di restaurazione del quadro politico prebellico – aveva individua-to, con sufficiente approssimazione, in un articolo che si può già considerare programmatico, gli obiettivi da colpire ed il metodo da seguire.

“Ci siamo posti contro uomini che non rappresentano partiti, ma personalità” – scriveva l’articolista – “non interessi nazionali in generale, ma interessi di cricche e di clientele burocratiche. La nostra non è opera di sedizione, ma di integrazione e, risanando, non faremo la nostra debolezza, ma quella degli avversar!”. (6)

Un tema destinato ad essere ricorrente in quella diffusa, anche se spesso effimera, a causa delle carenze finanziarie, stampa periodica nazionalfascista che spontaneamente nasceva un pò ovunque in Sicilia, grazie all’entusiasmo di giovani studenti e combattenti: fogli come “II fascio di Siracusa”, “II fascio di Comiso”, il “Giornale” di Catania, nel professare la loro profonda fede antibolscevica, con altrettanta decisione esprimevano il loro netto rifiuto nei riguardi del vecchio mondo liberale, giudicato decrepito e corrotto.

Un messaggio che, se non riusciva a penetrare diffusamente nell’opinione pubblica siciliana o ad aggregare una base di massa, tuttavia veniva valutato obiettivamente come una sfida al vecchio ordine, cui non sfuggiva la carica rinnovatrice e rivoluzionaria, sempre pericolosa in prospettiva, rappresentata da una sezione del fascio, aperta talvolta nel cuore della profonda provincia siciliana e presidiata da un pugno di giovani reduci i quali, al di là del chiarimento intellettuale, avevano colto nel lampo illuminante dell’esaltante esperienza bellica, tutta l’arretratezza, la fatiscenza e l’ingiustizia del sistema mafioso, contro cui non esitavano a rivolgere il loro gesto beffardo e dissacratore.

Durante il periodo “antemarcia” in cui sarebbero caduti trucidati, ad opera dei rossi, Gigino Gattuso a Caltanissetta e Giorgio Schirò a Piana dei Greci, cadevano vittime di agguati mafiosi il giovane fascista di Misilmeri Mariano De Caro, che, alcuni anni dopo, il prefetto Mori avrebbe ricordato come “partecipe di un’avanguardia sulle insidiate vie di un sogno di redenzione cui egli diede con siciliana passione la sua balda giovinezza quando il farlo parea follia ed era eroismo”, ed a Vita, “soggiogata dalle grigie brume mafìose”, il locale segretario del fascio Domenico Perricone “colpito a morte dal piombo proditorio della delinquenza, mal rassegnata a cedere di fronte al Fascismo”.

E tuttavia, l’intimidazione mafìosa e, ancor più, il gretto conformismo degli ambienti locali, ben irretiti nella tradizionale rete di interessi gestiti dai ceti dominanti, grazie alla mediazione delle vecchie clientele politiche, dovevano dimostrarsi ben resistenti, pur al cospetto dei generosi sforzi del giovane nazionalfascismo se, ancora nel 1922, questo non era in grado di potere esprimere, specialmente nella Sicilia Occidentale, una sia pur modesta rete organizzativa e, soprattutto, di mobilitare le coscienze siciliane attorno al programma del movimento nazionale con uno spirito nuovo, oltre il vecchio e deplorevole costume del favoritismo e della corruzione. Nonostante il prodigarsi dei quadri centrali del nazionalismo, del fascismo e del sindacalismo nazionale che con Federzoni e Zanetti, l’uno, con Starace, Teruzzi e Bolzon, l’altro, tentavano di conferire ai rispettivi movimenti una fisionomia sempre più marcata, al fine di dare maggiore incisività e capacità di penetrazione alla loro azione, i risultati non potevano, certo, dirsi soddisfacenti e la Sicilia continuava a dimostrarsi impenetrabile nel suo vecchio involucro, sicché essa minacciava di diventare, come affermava un documento del Comitato Centrale fascista dell’agosto del ’22, il ricettacolo di “tutto il marciume che noi cacceremo da Roma”, se non si fosse pensato a riscattarlo in tempo da “tutte le incrostazioni e gli infeudamenti del passato”.

 

 

4) Manovre gattopardesche

 

La marcia su Roma e l’avvento al potere di Mussolini avrebbero modificato radicalmente il tipo di rapporto fino allora esistente tra la società politica siciliana ed il fascismo: secondo una secolare, sperimentata prassi, poi resa efficacemente dal Tornasi di Lanpedusa nell’immagine del gattopardismo, gli ambienti più influenti della società siciliana incominceranno a muoversi, inizialmente, attraverso il loro personale di fiducia, sia al vertice, sia negli ambienti locali, con una manovra avvolgente mirante a coprire i vasti vuoti dell’organizzazione fascista nelle province siciliane, per conquistare il fascismo dal di dentro e, in definitiva, per coinvolgerlo ed integrarlo nel tradizionale blocco dominante.

Si inizia così una difficile ed insidiosa partita le cui infinite mosse sono ben riflesse nel vasto carteggio della direzione del P.N.F, del ministero degli Interni e della segreteria particolare di Mussolini , partita in cui il fascismo doveva contemperare varie e spesso contrastanti esigenze: da un lato, svolgere un’azione di proselitismo, per conquistare all’organizzazione fascista, in Sicilia, quella base sociale che fino allora era praticamente mancata, nonché irrobustire, e spesso sostituire, i quadri dirigenti, con l’inserimento di personale politico social-mente qualificato, epurare, inoltre, come d’altronde avveniva in gran parte dell’Italia, il movimento originario da quelle frange che dimostravano di concepire la violenza come fine a se stessa e non come strumento rivoluzionario; da un altro canto, nello stesso tempo, evitare di farsi travolgere dall’ondata di adesioni, di profferte, di pressioni, spesso espresse in modo subdolo e accattivante, resistere alla tentazione di guardare principalmente ad una prospettiva elettorale – che pur era importante, al fine di conquistare al nuovo governo fascista, almeno in quel frangente, una propria e sicura base parlamentare – orientarsi efficacemente, per secemere quanto in certa emergente fronda e resistenza dei quadri del primo fascismo siciliano ci fosse di sicura, di sincera difesa della purezza ideologica e della linea politica e quanto di preoccupazione per il mantenimento delle posizioni personali. Insomma, bisognava saper svolgere opera non semplice di selezione, al fine di riuscire a mantenere al giovane movimento fascista una chiara fisionomia politica ed una salda autonomia in questo difficile impatto con una realtà politica e sociale siciliana, più o meno occultamente manovrata da un ceto dominante, ben affinato, da una secolare e prammatistica politica, nell’arte di assorbire in modo indolore le “novità” o di travolgerle, come già avvertiva nel Cinquecento, un politologo del tempo, Scipione Di Castro, nel tentativo di fare evitare le insidie siciliane al nuovo viceré di Sicilia Marcantonio Colonna.

Gramsci, Dorso e Gobetti, nell’infuriare della polemica politica contro il fascismo, a proposito di questo rapporto tra fascismo e realtà siciliana, meridionale in genere, hanno scritto di una sostanziale cooptazione e integrazione del movimento fascinsta nel blocco agrario, ovvero di una ennesima operazione trasformistica che realizzava, col governo fascista, un blocco di potere sostanzialmente non diverso da quello instaurato dalla Sinistra e dal sistema giolittiano. Si tratta però di un giudizio schematizzante che, pur avendo influenzato la storiografia del secondo dopoguerra sul fascismo, con il suo classismo e/o moralismo, non regge ormai a una seria revisione storiografica che scruti ed osservi in profondità i reali processi politici ed i suoi complicati meccanismi, come si attuano e si muovono in Sicilia dalla fine del ’22, attraverso i travagliati anni del fascismo parlamentare, fino ai primi passi dell’organizzazione dello stato totalitario.

Senza avere la pretesa qui, che non è questa la sede, di chiarire, in tutte le sue vaste e complesse dimensioni, come si risolva il problema dei rapporti tra fascismo e sistema liberale nella sua versione siciliana – e non soltanto, ovviamente, sul piano istituzionale, ma anche su quello dei concreti rapporti politici, sociali ed economici con il ceto dominante che ne era l’espressione reale ed egemonica – ci limitiamo qui a soffermarci sulla linea politica adottata dal fascismo nei riguardi della mafia, per attribuire tuttavia ai risultati di questa indagine un valore paradigmatico, considerata la valenza sociologicamente e politologicamente interessante del fenomeno mafioso, come efficace e sperimentata cerniera del sistema siciliano nel rapporto tra ceto dominante e popolazione, come elemento di saldatura e cementazione del tradizionale blocco di potere isolano. Tanto più che, nei mesi in cui il nuovo governo fascista muove i suoi primi passi, i quadri più qualificati del potere siciliano, convinti ancora forse del carattere provvisorio ed effimero dell’esperienza mussoliniana, pur manifestando nei suoi confronti il proprio apprezzamento, avendola valutata, ovviamente, nei limiti di una funzione restauratrice dell’ordine, si astengono dal tentativo di controllare ed egemonizzare direttamente ed immediatamente il movimento fascista, preferendo, invece, muovere, in tal senso, le pedine dei quadri più ambigui del localismo municipale, della mafiosità di provincia ovvero alcune delle figure più marginali del personale politico.

Ebbene, al cospetto di tale ambigua manovra, l’azione compiuta dal fascismo, attraverso l’iniziativa politica del quadri più lucidi del movimento isolano, il lavorìo dei prefetti e la costante vigilanza e presenza in Sicilia di alcuni dirigenti nazionali del P.N.F., dimostra e sottolinea la volontà politica, pur in una delicata fase di transizione, quale è quella tra la fine del ’22 e le elezioni politiche dell’aprile del ’24, di combattere drasticamente il tentativo di inquinamento e di condizionamento del movimento, di preservarne l’autonomia, rispetto alle           componenti più caratterizzanti del vecchio sistema. Al di là della facile conquista di consensi e di indiscriminate aggregazioni, per rendere solido un puro trapasso di potere, l’impegno è rivolto alla creazione di un “partito nuovo” che realizzi, invece,           eliminando l’usato costume della “delega” e del riconoscimento della mediazione al vecchio blocco di potere, la presenza dello Stato nell’isola, in una prospettiva di rinnovamento della società siciliana. Tale volontà è dimostrata, già tra il novembre e il dicembre del ’22, non solo dall’azione dimostrativa antimafiosa compiuta dal nazionalfascismo palermitano, sotto la guida di Alfredo Cucco, a Corleone e Marineo, per protestare contro l’ennesimo eccidio mafioso, ma dalla vigilante azione pubblicistica degli organi più avveduti del fascismo siciliano che, per esempio, mettono in guardia di fronte all’improvviso filofascismo dell’onorevole Drago, un deputato social-riformista fortemente compromesso con le cosche delle Madonie, proprio “mentre il fascismo in pieno accordo col nazionalismo si           accingeva] a muovere una fiera lotta alla mafia rurale”.

Una vigilanza che permane in una costante tensione politica e morale nel corso del ’23, nel periodo, cioè, in cui, grazie alla maggiore intensità dell’azione governativa fascista, per la valorizzazione dei miti nazionali ed il riconoscimento dei sacrifici bellici, in loro nome sopportati, si manifesta un impetuoso movimento di spontanea adesione all’organizzazione del P.N.F., da parte di vasti strati di piccola borghesia, proveniente dal combattentismo, in cui tentano di inserirsi         abilmente anche personaggi ambigui ed arnesi mafiosi in cerca di nuove protezioni e di comodi mimetismi.

“È la mafia, questa piovra immensa e molteplice dai tentacoli profondi ed implacabili, ma tenaci ed adunchi, che assieme al vecchio deputato complice e cointeressato, tenta di insinuarsi nel campo fascista e, sotto la maschera tricolore e littoria, rifarsi la verginità o la impunità o una nuova possibilità di vita”, incalzava la “Fiamma Nazionale” di Palermo, mentre la “Giovane Sicilia” avvertiva che “troppo celermente, forse, in molti luoghi si è ceduto a questi politicanti fino ad ieri rappresentanti e protettori della malavita, che sotto l’etichetta fascista perpetuano ora metodi e sistemi che devono essere per sempre sepolti”.

A questa azione di vigilanza e denunzia del più cosciente e vigilante nazionalfascismo siciliano si accompagna immediatamente quella del governo che non esita ad incaricare i prefetti affinchè indaghino e sollecitamente gli riferiscano sul tentativo di occupazione dell’organizzazione fascista, da parte dei quadri della mafiosità locale. E il prefetto di Palermo non tarda a rispondere, denunciando le manovre di infiltrazione di elementi mafiosi nelle sezioni fasciste, “per potere esercitare qualche influenza sulle direttive del movimento, in specie nei centri rurali e in ogni caso per essere preventivamente e tempestivamente informati dei propositi del partito e del governo in rapporto alla mafia”, mentre quello di Girgenti rileva la “infiltrazione di elementi non degni dell’ammissione nel Partito Nazionale Fascista sia per i loro precedenti penali, come nei riguardi del loro contegno non corretto”.

La risposta politica del partito e immediata ed incalzante: Piero Bolzon viene subito nominato Commissario straordinario per la Sicilia e con lui compiono un’intensa e continua attività ispettiva, nelle varie zone della Sicilia, i dirigenti nazionali Starace, Rocca e Giunta, per sconfiggere l’iniziativa insidiosa ed avvolgente della mafia e dei suoi mandanti, un’attività che culmina nel convegno di Siracusa del 27 e 28 novembre 1923, con la partecipazione dei prefetti e dei quadri dirigenti del fascismo siciliano, dal quale scaturisce una perentoria direttiva, contenuta in una circolare del segretario nazionale del P.N.F. Francesco Giunta inviata, a tutte le federazioni siciliane.

 

 

5) – II rifiuto della “delega”

 

 

Al cospetto della manovra subdola, modulata secondo il vellutato stile gattopardesco, sugli atteggiamenti sornioni ed ammiccanti, sui tasti del trasformismo più tentacolare, messo in atto dai quadri delle mafie locali, la qualità della linea, della volontà politica dei dirigenti nazionali del P.N.F. emerge in tutta la sua limpidezza e coerenza, a conferma ed a salvaguardia di un’autonomia difesa e garantita, in funzione di un rinnovamento della società italiana: si dispone immediatamente una profonda revisione dei quadri e della base dell’organizzazione fascista in Sicilia, si provvede alla epurazione ed espulsione di tutti quegli iscritti non in regola con il certificato penale o dal passato politico molto compromesso e compromettente, si impone come interlocutore politico principale il movimento combattentistico, perché sia questo il canale privilegiato cui attingere nuove energie per il fascismo siciliano. Un’operazione, questa, difficile e problematica e, sotto molti aspetti, tormentosa, perché condizionata dai comportamenti di un secolare e radicato costume politico, esasperatamente localistico e individualistico, che non poteva certo essere debellato nel giro di poche settimane e di pochi mesi, ma, tuttavia, un’operazione che viene portata avanti con sincera determinazione, provocando un acceso scontro tra una volontà politica fortemente rinnovatrice in Sicilia e un passato che, sentendosi fortemente minacciato, tentava ancora una volta di sopravvivere, di occupare il nuovo per sconfìggerlo dal di dentro ed egemonizzarlo. Ed è, questo, il dato storicamente più rilevante, al di là del giudizio di certa storiografia siciliana fondata sugli schemi ideologici, cui condiziona i processi reali.

Il nuovo governo fascista, nonostante avesse preso coscienza della debolezza strutturale dell’originario fascismo siciliano anzi proprio in ragione di ciò, non era disponibile per il facile conseguimento di una diffusa base di consenso alla propria azione ed allo stesso movimento, in virtù del rilascio della sperimentata “delega” alle tradizionali forze egemoni siciliane, come era avvenuto nei secoli con il tranquillo dominio delle monarchie straniere e, ancora dopo l’unità d’Italia, per l’esercizio del potere in Sicilia, da parte dei governi della Sinistra, fino a quelli giolittiani. Al contrario – ed è questa la novità che caratterizza il rapporto tra il governo fascista e la realtà siciliana – si punta all’affermazione piena dell’autorità dello Stato, mediante l’eliminazione di qualsiasi mediazione con i vecchi blocchi egemoni e la creazione di un moderno partito di massa, dai caratteri culturali e politici fortemente innovatori, in grado di radicarsi autonomamente nella base sociale e di sostenere l’azione rinnovatrice del governo di Mussolini.

In questa lucida e coerente strategia, la mafia risultava proprio il primo obiettivo da colpire senza tentennamenti, per eliminare l’elemento di coesione e di cerniera politico-sociale utilizzato dai vertici del potere siciliano, nella sua doppia funzione di ceto politico locale intermedio e di braccio armato e intimidatorio, ai fini del controllo della base sociale. Soltanto attraverso questa opera di compressione, di persecuzione, di isolamento del nucleo più ferreo dell’antico blocco egemone, in attesa dell’attacco finale e dell’annichilimento, si sarebbe potuto evitare di affidare sostanzialmente al trasformismo dei vecchi partiti del sistema giolittiano la gestione del nuovo corso – in cui il fascismo sarebbe stato soltanto una superficiale ed irrilevante copertura formale – per potere battere con successo la strada di un condizionamento, prima, di una frantumazione, poi, quanto più possibile indolore, degli stessi partiti ancien regime, e conseguire, infine, di aggregare, in modo non condizionante, al movimento fascista, assieme alle nuove forze politiche e sociali emergenti, come quella del combattentismo, anche le personalità più sane, meno compromesse o marginali, ma valide, del mondo politico siciliano. Ed è quanto puntual-mente avviene, durante i primi mesi del ’24, – quando si prepara la lista del “blocco nazionale” in Sicilia, per le imminenti elezioni della primavera – in cui il fascismo, grazie alla accorta opera condotta precedentemente sulla complessa realtà politica siciliana, può svolgere una trattativa che evita accuratamente i vecchi partiti nella loro globalità, non cede ai suggerimenti ed ai consigli interessati dei quadri dell’agraria isolana ed avvicina, invece, singolarmente, secondo le linee di un preventivo disegno selettivo, le personalità del liberalismo nazionale, della democrazia sociale, del socialriformismo che, in tempi non sospetti, avevano dimostrato di coltivare sinceramente i valori nazionali o di possedere tensioni non superficiali di carattere popolare e sociale e, perciò, davano sufficiente garanzia per l’assolvimento di quegli impegni rigeneratori che Mussolini aveva assunto nei confronti della società italiana. Opera di mediazione certamente, quella operata in Sicilia dal fascismo con la tattica elettorale del “blocco nazionale” che, però, mentre assicurava un successo elettorale al fascismo isolano, che sarebbe venuto clamoroso e al di là di ogni aspettativa, si concludeva non solo con l’elezione di una maggioranza di “homines novi” provenienti dalle file del fascismo e del combattentismo, ma anche con il mantenimento di una indiscutibile autonomia, da parte del P.N.F, se non addirittura con l’egemonizzazione di quelle forze che, fino a quindici mesi prima, occupavano ancora la quasi totalità degli spazi politici e sociali dell’isola.

Ne può contrastare questa tesi il rilievo storiografico, secondo cui lo straordinario consenso al blocco nazionale sia stato reso possibile anche grazie al rastrellamento di voti operato in suo favore dai quadri della mafia, anzitutto perché questo fu dovuto in gran parte alla mediazione di un personaggio come Orlando – officiato e pressato dal fascismo a capeggiare la lista del “blocco nazionale”, in virtù del richiamo carismatico che gli proveniva dal suo recente alone di “Presidente della Vittoria” e non certamente in quanto tradizionalmente beneficiario dell’apporto elettorale conferitegli dalla mafiosità del circondario di Partinico – e, poi, perché quel sostegno fu dato più generalmente non tanto perché sia stato sollecitato – avendo, Mussolini., in occasione del V Congresso dei prefetti, nel gennaio del ’24, preannunciato ulteriori provvedimenti contro la mafia – quanto per l’ennesimo tentativo di alcune mafie locali, non ancora ovviamente consapevoli della realtà nuova e diversa che il fascismo rappresentava rispetto al passato – di crearsi fresche benemerenze, nella speranza di ipotecare in tal modo una futura benevola condiscendenza in loro favore.

 

 

 

6) – Mussolini in Sicilia

 

 

D’altronde, da lì a qualche settimana, a fare svanire ogni illusione sulla possibilità che il fascismo potesse rappresentare, come tanti avevano sperato in Sicilia, al vertice e alla base, una nuova versione del trasformismo politico, disposto a rilasciare deleghe ai potentati siciliani e, perciò, a concedere, con la mediazione di questi, spazio al manutengolismo mafioso; a fare capire che il nuovo movimento rappresentava un’autentica rottura col passato, malgrado i meccanismi indolori che l’avevano portato al potere, avrebbe provveduto lo stesso Mussolini, finalmente venuto in Sicilia per una lunga visita – dopo la brevissima apparizione dell’anno precedente – durante la quale avrebbe sgombrato il campo da ogni pur minima possibilità di equivoco circa le reali intenzioni del governo per la Sicilia. Un’azione di rottura che non avrebbe atteso la svolta, fino a quel momento inopinata e non prevedibile, imposta dalle conseguenze del delitto Matteotti e, quindi, della fine del regime parlamentare e della creazione dello Stato totalitario.

Il 6 maggio 1924, esattamente due giorni dopo lo sbarco a Palermo dall’incrociatore “Dante”, Benito.Mussolini, agli esordi del viaggio che lo avrebbe portato per tutta la Sicilia, a Piana dei Greci poteva già prendere coscienza, col suo sensibile intuito, della nozione di mafia, come costume, come “morbosità psichica”, come autorità di tipo tribale, attraverso il personaggio grottesco di don Ciccio Cuccia, sindaco di quel comune, che già era riuscito a diventare, con uno stratagemma, “compare” di Vittorio Emanuele III (26). Quello che lo stesso Mussolini avrebbe definito “l’ineffabile sindaco che trovava modo di farsi fotografare in tutte le occasioni solenni” (27), così si sarebbe rivolto, tra il meravigliato e l’offeso, al Presidente del Consiglio arrivato nel piccolo centro del palermitano con la scorta di polizia e carabinieri: “Voscienza, signor capitano… viene con mia (me) e non ha bisogno di temere niente. Che bisogno aveva di tanti sbirri?” (28)

Qualche giorno dopo, nel discorso di Girgenti, Mussolini avrebbe affermato: “Voi avete dei bisogni di ordine materiale che conosco: si è parlato di strade, di acqua, di bonifica, si è detto che bisogna garantire la proprietà e l’incolumità dei cittadini che lavorano. Ebbene vi dichiaro che prenderò tutte le misure necessarie per tutelare i galantuomini dai delitti dei criminali. Non deve essere più oltre tollerato che poche centinaia di malviventi soverchino, immiseriscano, danneggino una popolazione magnifica come la vostra”. In tal modo, il capo del fascismo, con profonda intuizione della complessità del fenomeno mafioso, mentre poneva l’accento sull’aspetto palese ed urgente che riguardava l’ordine pubblico e, quindi, la credibilità dello Stato a gestire efficacemente, attraverso i suoi canali istituzionali, lo sviluppo ordinato e legale della società siciliana, coglieva anche la valenza deformante e distorta di un certo animus, di un modello comportamentale siciliano – risultato di una lunga sedimentazione storica – che era, al contempo, causa ed effetto di una diversità rispetto allo spirito, storicamente affermatesi, della civiltà europea.

 

 

 

7) – La rottura col passato

 

 

Mussolini concludeva il suo viaggio in Sicilia il 13 maggio 1924: con una immediatezza che non lasciava alcun margine di dubbio, a distanza di qualche giorno dal rientro a Roma, il giorno 28 dello stesso mese, Cesare Mori veniva nominato prefetto di Trapani, per iniziare da qui la sua tenace lotta contro la mafia. Appena un anno dopo sarebbe passato a Palermo con l’investitura di superprefetto: il periodo aventiniano, nel risucchiare sul fronte antifascista la frazione dello schieramento liberale, capeggiata da Vittorio Emanuele Orlando, che aveva aderito precedentemente al blocco nazionale, portando con se i tradizionali quadri intermedi della mafiosità del retroterra palermitano, aveva ulteriormente contribuito a rendere più chiara la situazione, ad accelerare i tempi di una volontà politica che era risultata chiara e determinata fin dai primi mesi del ’23.     D’altronde, lo scontro elettorale intervenuto nell’agosto del 1925, nelle elezioni per il rinnovo del Consiglio Comunale di Palermo, tra la lista fascista e la coalizione antifascista, che aveva raccolto attorno ad Orlando gli esponenti delle forze politiche del mondo prefascista, aveva acquistato un pregnante significato paradigmatico, nel momento in cui l’ex Presidente del Consiglio, nel suo famoso discorso palermitano della fine di luglio, aveva organicamente, anche dal punto di vista ideologico, inscritto la mafia nel quadro concettuale del liberalismo siciliano.

“Or io dico, signori, che se per mafia si intende il senso dell’onore portato fino alla esagerazione, l’insofferenza contro ogni prepotenza e sopraffazione, portata fino al parossismo, la generosità che fronteggia il forte ma indulge al debole, la fedeltà alle amicizie, più forte di tutto, anche della morte. Se per mafia si intendono tutti questi sentimenti, e questi atteggiamenti, sia pure con i loro eccessi, allora in tal senso si tratta di contrassegni individuali dell’anima siciliana, e mafioso mi dichiaro io e sono fiero di esserlo”: la pseudo-cultura mafiosa, orgogliosamente rivendicata, quasi in un estremo tentativo di difesa delle garanzie liberali minacciate dal fascismo, finiva con lo squarciare clamorosamente i veli che coprivano il reale misero orizzonte della libertà, come era concepita dal vecchio mondo liberale siciliano e, paradossalmente, contribuiva a chiarire, agli occhi di strati sempre più vasti dell’opinione pubblica siciliana, che la lotta alla mafia intrapresa dal fascismo andava al di là di una pur rilevante operazione di polizia, per la restaurazione dell’ordine pubblico, ma acquistava un notevole significato ideologico, nel senso che calava nella coscienza popolare siciliana il concetto dello stato moderno, quello che non aveva mai conosciuto, e la funzione nuova che, in questo senso, rappresentava il partito fascista.

Del resto, i quadri intellettuali del fascismo palermitano non si erano certo lasciati sfuggire l’occasione per colpire Orlando nel fianco che aveva lasciato imprudentemente scoperto e a chi protestava, per il reato di “lesa maestà”, nei riguardi del personaggio politico e dello scienziato del diritto, molto elegantemente si ribatteva: “… i meriti dell’onorevole Orlando noi non li discutiamo in questa sede, ma la Sicilia non li ha mai conosciuti nei metodi di lotta locali, dove egli ha goduto e in parte gode i favori di una clientela personale costruita con scarsa preoccupazione dell’educazione civica dell’Isola e in particolare del suo collegio”.

II fascismo riusciva, così, a crearsi autonomamente un terreno nuovo di coltura non solo nell’orizzonte mentale dei ceti borghesi, ma anche nei sentimenti dell’anima popolare, su cui si sarebbero poggiate le fondamenta di un moderno partito di massa, diverso da quelli tradizionali dell’Italia liberale.

Erano le fondamenta che il fascismo siciliano dimostrava di avere intuito quando scriveva che, di fronte alla coalizione antifascista, si ergeva “la forza invincibile della nuova Sicilia” che non era più disponibile a dividersi tra le parrocchie del politicantismo, infetto ed affaristico, ma affermava “la fede in una libertà che mai fu conosciuta: nella libertà degli uomini onesti, dei patrioti non asserviti alle clientele e alle maffie politiche, ignari dei traffici grossolani e miserabili tra gli uomini che avevano il dovere di schiacciare la delinquenza stessa.” (35)

 

 

 

8) – II prefetto di ferro

 

 

È in questa ottica che bisogna focalizzare il senso politico-ideologico della cosidetta operazione Morì respingendo ogni tentativo, anche storiografico, teso a rinchiuderla negli schemi riduttivi di una pur efficace azione di polizia. D’altronde, Mori era stato già, per diversi anni, funzionario giolittiano in Sicilia, ma, pur essendosi rivelato, sin d’allora, uomo capace di osservare e valutare, con penetrante acutezza intellettuale, i risvolti demo-psicologici del fenomeno mafioso e pur avendo dimostrato notevole perizia e qualità professionali nel pensare ed attuare sistemi di lotta efficaci, e per tanti versi innovativi, al fine di adattare la forza di intervento dello Stato alla peculiarità della situazione siciliana, non era certamente riuscito a conseguire alcun risultato apprezzabile e definitivo. Aveva potuto soltanto acquistare quella esperienza intellettuale e tecnica che adesso Mussolini riteneva estremamente utile, perché, nel quadro della concezione ideologica del fascismo e della volontà etica e politica dello stato fascista, potesse sgombrare il campo, intanto, da quei fenomeni che avevano impedito la presenza delle istituzioni in Sicilia. In definitiva, il successo dell’azione di Mori sarebbe stato possibile solo in quanto si inquadrava in una precisa strategia del fascismo volta a recuperare la Sicilia allo Stato: è quanto avrebbe sottolineato Michele Bianchi, nel 1928, a Palermo quando affermerà: “Mori era stato prima due volte in Sicilia, ma non aveva vinto: se ora egli vince, è perché c’è il governo fascista, e soprattutto, perché c’è un Capo come il nostro”. (37)

E, in realtà, 1′ “operazione Mori” è rimasta come valore esemplare nella coscienza popolare siciliana, è diventata rilevante elemento valutativo della politica e dello stato fascista; (38) permane, ancora oggi, come riferimento storico e paradigmatico edificante, proprio perché essa si inscriveva in una visione nuova e moderna, non soltanto culturalmente, nel senso di un rinnovamento degli spiriti, quale veniva proponendosi e diffondendosi, non solo pedagogicamente per l’intervento delle idee nella concreta azione sociale, come frutto dello idealismo e dell’insegnamento gentiliano, ma anche perché essa penetrava e fermentava positivamente ogni settore, dischiudeva nuovi orizzonti, conferiva nuovi stimoli alle competenze tecniche e all’impegno professionale, realizzando una evoluzione dell’intervento di polizia e dell’azione giudiziaria, integrando per la prima volta i sistemi della lotta alla mafia con l’azione psicologica di massa e con quella pedagogica, con direttive di politica economica-sociale, al fine di rimuovere i motivi che, per secoli, avevano dato alla mafia in Sicilia una base sociale di massa.

“Il fascismo che ha liberato l’Italia da tante piaghe, cauterizzerà, se necessario col ferro e col fuoco, la piaga della delinquenza siciliana”: con questa immagine bellica, Mussolini trasferiva dal fronte esterno a quello interno il concetto di “guerra rivoluzionaria”, con cui aveva già concettualmente sostanziato il suo interventismo nel 1914-15, e dava un’impronta di sapore etico, e per certi versi pionieristico, alla lotta alla mafia.

Cesare Mori – “un soldato, non un burocrate …un assaltatore, non un covatore di poltrone frau” – seppe dimostrarsi un fedele interprete – quasi in versione antropomorfica, al fine di calarsi efficacemente nell’immagine popolare, con funzione catartica ed educativa – della manifestazione volontaristica ed etica del nuovo Stato fascista, con un’azione continua, tambureggiante e, a volte, spettacolare, spesso personalmente condotta con notevole coraggio e sprezzo del pericolo. Arrivato a Palermo il 23 ottobre del 1925, (41) qualche settimana dopo annunciava chiaramente il suo programma: “….troppo spesso si è fatto e si fa credere che manìa e malvivenza siano un che di inevitabile e di indispensabile al processo dialogico di formazione e di sviluppo della vita e della coscienza collettiva sociale e politica della Sicilia”, (42) aggiungendo, perché non ci fossero più dubbi sulla natura dell’opera che si apprestava a svolgere: “L’ora è giunta in cui gli ostacoli si misurano, si affrontano, si aggrediscono e si frantumano …e se qui, oggi, si chiamano maffia e malvivenza, peggio per loro…”. (43)

Era quanto si aspettava il fascismo palermitano, che, già qualche settimana prima dell’insediamento di Mori, al momento cioè della notizia della nomina, così si era espresso attraverso “Sicilia Nuova”, il quotidiano fascista da pochi mesi fondato da Alfredo Cucco, per rafforzare e rendere sempre più autonoma l’organizzazione del P.N.F.: “Noi non sapremmo dare consigli al prefetto Mori ne sapremmo arrogarcene il diritto: gli diciamo soltanto che la provincia di Palermo lo attende all’opera con piena, incondizionata fiducia”.

Dalle parole, il cui tono lasciava intravedere lo stile che avrebbe improntato l’azione di Mori, si passava ai fatti.

Veniva così predisposta, nelle campagne della Sicilia occidentale, una rete di “squadriglie” o nuclei interprovinciali, dotati di mezzi celeri, ai fini di un rapido collegamento, e coordinati direttamente dallo stesso super-prefetto, secondo una disposizione tattica che era stata teorizzata dalle colonne di “Gerarchia”, la rivista politico-ideologica di Mussolini, fin dall’agosto del 1922, da Ferdinando Emanuele che aveva, appunto, avvertito la necessità di una “vigilanza costante nel territorio della campagna equamente ripartito”, con una “unità di indirizzo e di comando”, al di là delle ripartizioni e divisioni amministrative provinciali. (45)

Certo, anche nella fase immediatamente precedente l’arrivo di Mori, non era mancata, da parte di solerti funzionar! della polizia, un’azione investigativa coraggiosa e penetrante, ma, come ha dovuto riconoscere persino qualche detrattore di Cesare Mori, quest’ultimo rappresentava “la decisa volontà del governo di farla finita una volta per tutte con la mafia e, questo sì, fu davvero determinante per i riflessi psicologici che ne scaturivano, da soli sufficienti a capovolgere una situazione in breve tempo”. (46) Grazie, perciò, alla collaborazione di quello che sarebbe diventato il braccio destro di Mori, l’alierà vice commissario Giacomo Spanò, il quale aveva già preparato dei rapporti circostanziati sulla malavita madonita, scattavano, tra la fine di novembre e il dicembre del 1925, una serie di fulminee e clamorose operazioni, con ritmo quasi quotidiano, che davano immediatamente la dimensione e la qualità dell’operazione in atto.

62 pericolosi mafiosi, autori di una serie interminabile di delitti, erano arrestati, sotto l’imperversare della bufera, in un’azione notturna, nella zona delle Madonie, a cavallo delle province di Palermo e Caltanissetta, nello stesso giorno un mandato di cattura veniva spiccato contro 96 persone tra protettori, complici, manutengoli e favoreggiatori della mafia, 126 arresti venivano operati tra Misilmeri, Marineo e Bolognetta; una retata di 142 delinquenti, dediti all’abigeato e alla continua grassazione dei proprietari agricoli, veniva eseguita in territorio di Piazza Armerina ; un ulteriore blitz, compiuto nel territorio palermitano, portava all’arresto di 300 latitanti su cui pendevano mandati di cattura per una serie impressionante di furti, rapine ed omicidi . Ancora 86 pregiudicati, molti dei quali accusati di abigeati e assassini!, fra cui il famoso bandito Sabatino Alongi, erano arrestati tra Prizzi, Vicari e Alia, nonché a Carini, A queste azioni nelle campagne si aggiungeva una retata di borsaioli che, con le loro imprese, affliggevano Palermo. .

Di lì a qualche giorno, scattava un’imponente operazione, programmata ed attuata secondo i requisiti e le caratteristiche di una vera e propria offensiva bellica, che stringeva in un cerchio di fuoco il comune di Gangi, dove trovavano rifugio, grazie alla singolare condizione topografica dell’abitato, appollaiato su un cocuzzolo e degradante verso i pendii, i capi e i gregari della numerosa e feroce banda di Andaloro e Ferrarello che, per ben 33 anni, aveva dominato nelle campagne madonite, ovunque imponendo col terrore il proprio incondizionato dominio.

La prosa di Petacco e le immagini fìlmiche di Squitieri ci hanno già raccontato le varie fasi di quell’impresa e sopratutto ne hanno reso l’atmosfera autenticamente epica, peraltro scandita, nelle cronache giornalistiche contemporanee, con i toni marinettiani, evocanti l’assedio di Adrianopoli descritto in Zang-tumb-tumb. Così, infatti, il cronista di “Sicilia Nuova”: “Gangi ha vissuto così ore indimenticabili che hanno avuto tutte le caratteristiche della vigilia di guerra. Stato d’assedio in tutte le sue forme, pienamente imposto, completamente vissuto. Accerchiamento, proibizione assoluta di entrare ed uscire dal paese, ordinanza, rombare di auto, spiegamento di forze, muoversi concitato di nuclei di militi, che eseguivano ciecamente gli ordini, davano effettivamente un colore di guerra a quella che era un’eccezionalissima azione di polizia”.

La resa, scandita giorno per giorno, all’alba del nuovo anno 1926, dalle sortite a mani alzate degli esponenti della banda, si trasformava in un trionfo per Mori che veniva posto da Mussolini all’ordine del giorno della opinione pubblica nazionale.

E l’offensiva continua determinata, senza soste, implacabile. Nel marzo del 1926: 295 arresti in territorio di Termini Imerese e ancora a Palazzo Adriano, Marsala, Mazzarino.

In aprile: nuovi arresti a Castelvetrano, Carini e Gibellina ; nella notte di Pasqua, tra il 4 e 5 aprile, una retata in Mistretta porta all’arresto di una numerosa cosca capeggiata dal “colletto bianco”, l’avvocato penalista Antonino Ortoleva, già precedentemente arrestato ; e ancora: cattura di latitanti a Capaci , operazione di polizia in territorio di Termini , indagini a Palermo. Alla fine del mese, grazie alle azioni dei nuclei interprovinciali di P.S., ulteriori arresti vengono eseguiti a Trappeto e Piazza Armerina, e poi a Raffadali, Paceco, Piazza Armerina, Agira ; 40 arresti a Girgenti (tra cui quello di Don Calò Vizzini) ed altri nella piana dei Colli, mentre viene finalmente arrestato il brigante maurino Melchiorre Caudino che aveva potuto fino allora impunemente trascorrere in libertà la propria vita delittuosa .

Anche nel successivo mese di maggio l’azione non conosce soste: con le retate compiute dai nuclei interprovinciali ad Aragona , a Contessa, Bisacquino, Campofìorito, Burgio, Chiusa Sclafani e Villafranca ; con le operazioni di polizia a San Giuseppe Jato e San Cipirrello con numerosi arresti per associazione a delinquere a Cinisi e Terrasini .

Il mese di giugno si inizia con una retata di 300 persone in territorio di Bagheria e poi si continua con 66 arresti tra Palermo e Borgetto , la scoperta di un’associazione a delinquere a Favara una retata a Piana dei Colli che, assieme ai famigerati fratelli Gentile, porta in carcere ben 160 delinquenti .

Ai primi di luglio, ancora 120 associati a delinquere che “agivano con l’intimidazione soffocando nel sangue ogni tentativo di rivolta al sopruso e alla violenza” vengono assicurati alla giustizia.

Una serie di imprese che, oltre per l’instancabile opera di propaganda condotta da Mori, assieme alle gerarchie del P.N.F., specialmente nei centri agricoli del palermitano, acquista autentici toni epici per i conflitti armati che, nelle campagne siciliane, le “squadriglie di Mori” ingaggiano coraggiosamente con i mèmbri delle varie bande .

Il 27 maggio del 1927, nel famoso “discorso dell’Ascensione”, pronunciato alla Camera dei Deputati, – che era un po’ il bilancio dell’attività del governo fascista negli ultimi due anni – Mussolini scandiva significativamente i momenti e le cifre dell’offensiva scatenata dal fascismo in Sicilia contro il fenomeno mafioso, evidenziando il successo dell’operazione che registrava non soltanto i risultati della repressione, ma anche quelli del miglioramento delle condizioni dell’ordine pubblico. Rispetto al 1923, e fino al 1926, gli omicidi erano calati da 675 a 299, le rapine da 1200 a 298, gli abigeati da 696 a 126, le estorsioni da 238 a 121, i danneggiamenti da 1327 a 815, gli incendi dolosi da 739 a 469, i ricatti da 16 a 2. Un successo che si era potuto conseguire grazie al sacrificio di militari e civili testimoniato da 11 caduti e 350 feriti nei conflitti a fuoco, 14 medaglie d’argento e 47 di bronzo al valore militare, 6 medaglie al valor civile, 14 attestati di pubblica benemerenza e 50 encomi solenni .

L’aspetto militare è però soltanto la parte più eclatante e spettacolare della operazione Mori, quella che rinverdiva, sotto la forma della bonifica sociale, gli ancora freschi temi guerreschi della prosa pubblicistica, quella che, nel secondo dopoguerra, sarebbe stata ripresentata all’opinione pubblica come la manifestazione di uno stato poliziesco e brutale, conculcatore delle istanze garantiste e della libertà del cittadino . Nella realtà, come abbiamo detto, l’azione del governo, sospinta e assecondata dalla magistratura, dalla volontà politica del fascismo siciliano, dalla pubblicistica, dalla scuola, dalla cultura, si svolgeva sempre più in profondità, ricacciando, disperdendo, vanificando quelle voci e quegli atteggiamenti, ora stentorei ora ambigui e striscianti, che, dietro una ancora resistente retorica della “sicilianità”, dai toni offesi e indignati, dietro il formalismo giuridico, cercavano di ostacolare o di fermare alla superficie l’intervento innovatore dello Stato.

“La Fiamma” di Alfredo Cucco si rivelava, ancora una volta, come l’espressione intellettualmente e politicamente più lucida, moralmente più vigile, del fascismo siciliano, quando individuava, proprio nella subcultura mafìosa, l’ostacolo quasi insormontabile che aveva impedito la penetrazione del fascismo in Sicilia prima della marcia su Roma.

“La fede tenace dei pochi pionieri del Fascismo ha dovuto lottare in un ambiente corrotto dal malcostume politico che da decenni s’era infiltrato nella vita siciliana, contro l’ostilità dei vecchi politicanti in connubio con la delinquenza.” …scriveva l’organo del fascismo palermitano che così continuava: “se il fascismo non ha dovuto lottare contro un partito sovversivo organizzato e diffuso, ha trovato però di fronte al suo progredire un ambiente poco adatto, pieno di tutte le insidie e le perfìdie… una clientela, legata dai legami più diversi e più sicuri a pochi uomini politici, che avevano tutto l’interesse a che il Fascismo non si diffondesse, per non essere privati dei privilegi e dei favori di cui godevano”.

Ma ancora più pericolosa – continuava “La Fiamma” – la “cultura” mafìosa si era dimostrata, quando aveva tentato di avvolgere nella sua pesante coltre il fascismo siciliano che aveva dovuto incessantemente combattere, per non farsi soffocare dall’abbraccio e dai tentacoli viscidi e sinuosi della piovra. Ebbene, con la lotta senza quartiere ingaggiata contro la mafia – concludeva l’organo fascista – “…il fìlofascismo e l’inserzionismo dei mafiosi che hanno costituito la maggior piaga del Fascismo siciliano possono ritenersi liquidati” .

Non era certo la prima volta che lo Stato si era posto il problema dell’ordine pubblico in Sicilia, che, anzi, altri funzionari governativi, coraggiosi ed intraprendenti si erano distinti negli ultimi decenni dell’Ottocento, ed ancora in età giolittiana, tra cui lo stesso Mori, in azioni di repressione della delinquenza e delle bande; ma, questa volta, non si trattava di colpire soltanto i fenomeni emergenti e le manifestazioni criminali più clamorosamente turbative della tranquillità sociale: una cultura nuova che dava valore etico alla presenza dello Stato aveva individuato nella mafia una subcultura di opposizione ai valori rappresentati dallo stesso Stato moderno, ne aveva percepito l’aspetto ambiguo e bifronte, i legami più torbidi cogli stessi ceti rappresentativi delle istituzioni, le radici psicologiche e sociali. Bisognava andare, quindi, avanti, colpire più in alto, recidere più profondamente, perché la cultura più viva, i valori più moderni potessero circolare nella mente e nella coscienza delle popolazioni, forzando il secolare “sequestro”. Perché “…di una cosa ci preoccupiamo” – puntualizzava ancora “La Fiamma” – “che finita la guerra, continui la guerriglia, che distrutti gli eserciti della delinquenza, i loro stati maggiori non vengano eliminati a fondo e possano, con le loro sorde ed oblique manovre, continuare a infettare la vita morale e materiale della Sicilia”.

La pubblicistica e la storiografìa dell’antifascismo hanno voluto sminuire e screditare questo aspetto politicamente rilevante della lotta alla mafia, approfittando del successivo coinvolgimento dello stesso Alfredo Cucco nell’azione repressiva di Cesare Mori, al fine di operare un’artificioso e culturalmente astratto, e perciò storicamente mistificante, separazione tra l’operazione del “prefetto di ferro” e l’ispirazione ideologica e politica del fascismo che la presidiava . In realtà, l’attacco di Mori a Cucco, peraltro abilmente montato con un castello di accuse, che sarebbe miserevolmente crollato nel corso della lunga vicenda giudiziaria, conclusasi con l’assoluzione piena del capo del fascismo palermitano, muoveva dalla impossibilità di coesistenza di una diarchia formata da personalità ambedue forti e volitive che avevano ben coscienza della straordinaria rilevanza storica dell’impresa ed erano, per ciò stesso, destinati a scontrarsi nell’ambizione di guidarla ed egemonizzarla . Si tratta, in fondo, dell’aspetto siciliano del conflitto di competenza determinatasi in tutta Italia per la gestione della nuova fase della vita italiana, tra gli organi del P.N.F. e quelli dello Stato, sciolta perentoriamente da Mussolini, proprio nei giorni della esplosione della “vicenda Cucco”, in favore delle gerarchle dello Stato e cioè dei prefetti, e con la destinazione dei federali a una funzione subalterna . Pertanto. Cucco fu travolto, al di là di ogni dubbio o perplessità che le accuse di Mori potevano ragionevolmente suscitare, perché Mussolini volle dimostrare che l’opera di risanamento della Sicilia sarebbe andata avanti senza tentennamenti e senza riguardi per alcuno, come avrebbe dimostrato successivamente anche con la pratica destituzione, dalla carica di comandante delle forze armate in Sicilia, del suo ex ministro della Guerra, gen. Di Giorgio, il cui fratello era rimasto coinvolto nella repressione delle bande mafioso del Messinese .

Che la matrice del contrasto tra Mori e Cucco sia questa e solo questa e non certo, come pur è stato detto, il collegamento di Cucco con la mafia, è dimostrato dal fatto che proprio mentre la mafia si apprestava a riorganizzarsi, grazie anche alle trame dei servizi segreti americani, ed a preparare il “fronte interno”, per lo sbarco alleato in Sicilia, nel 1943, Alfredo Cucco – riammesso da qualche anno nel P.N.F., di cui era presto diventato uno dei vicesegretari nazionali – lasciava l’isola e, con essa, il suo lavoro e le sue sostanze frutto di un’intensa attività professionale, per seguire Mussolini fino al tragico conclusivo epilogo dell’aprile del 1945. Un epilogo che per Cucco, investito adesso dalla persecuzione antifascista per l’adesione alla R.S.I, avrebbe comportato nuovi anni di vicende giudiziarie, di rinunce, di sacrifici, di emarginazione, un epilogo che esalta, nella memoria, la straordinaria personalità di un uomo, veramente esemplare come paradigma di fedeltà alle idee, di abnegazione e di disinteresse materiale, dimostrato con il sacrificio anche dei propri beni per il perseguimento di fini ideali e politici .

 

 

II

 

 

9) – L’azione amministrativa

 

 

Ma ritorniamo alla metà degli anni Venti, all’attacco fascista contro la mafia. Mori continua implacabile e deciso, non solo con le operazioni militari, ma anche con le indagini di polizia che frugano negli archivi, per risalire così all’origine della formazione di molti patrimoni sospetti, da parte di famiglie ormai inserite in un contesto economico e sociale rispettabile . Continua, soprattutto, in modo ancora più qualificato, per la prevenzione del fenomeno mafioso, mediante la formulazione di una nuova, efficace ed incisiva normativa amministrativa che ancora oggi si dimostra una fonte necessaria ed utile per l’ispirazione ed il suggerimento di azioni amministrative valide, ai fini di impedire e prevenire l’inquinamento di tipo mafioso.

Anche in questo caso bisogna, però, sottolineare che l’iniziativa di Mori non era soltanto espressione della sua personale volontà e dell’impegno dell’apparato burocratico governativo, ma traeva ispirazione o era, comunque, assecondata dalle indicazioni che provenivano, in tal senso, dalla pubblicistica fascista palermitana. Già, il 10 gennaio 1926, “La Fiamma” esortava che “l’opera si estendesse anche nel sorvegliare le amministrazioni comunali”. “…La scoperta e la punizione delle irregolarità amministrative” – aggiungeva l’organo fascista – “sarà il mezzo migliore per risanare la vita amministrativa dei nostri comuni ed avviarla ad uno sviluppo moderno e regolato” .

Da questo punto di vista, esemplari sono le due ordinanze emesse da Mori, rispettivamente, il 9 dicembre del ’25 e il 5 gennaio 1926. Con la prima si sottoponeva a controllo prefettizio l’attività dei portieri e dei custodi di case private ed esercizi alberghieri, dei gestori delle agenzie e dei sensali del collocamento di personale, dei garagisti e tassisti e si proibiva il diffuso malcostume della “incetta degli ammalati”: tutte attività che, specialmente in città, erano egemonizzate dalla mafia e attraverso le quali, questa esercitava un vero e proprio controllo sociale sul tessuto urbano .

Ma era specialmente con la seconda ordinanza che, riguardando principalmente la campagna, si colpiva la mafia laddove si formava, attraverso la “protezione” e la violenza, la sua forza economica: le attività di guardiano, curatelo, vetturale, campiere – quelle tipiche delle mediazioni mafiose – venivano non solo sottoposte a preventiva autorizzazione prefettizia, ma vincolate all’obbligo del domicilio nei luoghi dove tali attività erano esercitate ed all’assunzione di responsabilità nei riguardi dell’autorità, circa la “legittimità della presenza di persone ed animali nei casamenti e nei terreni affidati alla loro custodia” .

Altri articoli dell’ordinanza erano dedicati alla regolamentazione e al controllo dell’esercizio dell’attività pastorizia e della macellazione della carne, al fine di sanare la secolare piaga dell’abigeato, tradizionale forma di arricchimento dei quadri mafiosi. Inoltre, le famiglie dei latitanti erano obbligate a dimostrare la liceità del possesso del denaro, degli oggetti e dei beni di cui godevano, pena la loro confìsca.

A queste norme si sarebbe accompagnata, qualche mese dopo, la misura dell’abbattimento dei muri di cinta del palermitano, occulto riparo da cui, generalmente, si sgranava il triste rosario della lupara per le esecuzioni maliose (; inoltre, si procedeva all’applicazione dell’ari 23 di detta ordinanza, relativa alla istituzione della Commissione di difesa contro l’abigeato, e quindi alla marchiatura degli animali bovini, ovini e caprini, al fine di combattere efficacemente l’abigeato stesso con l’identificazione dei vari capi di bestiame: un provvedimento che avrebbe dato vita all’anagrafe del bestiame .

Infine, con una terza ordinanza, adottata il 14 marzo 1927, veniva messo ordine nell’istituto della guardianìa, interessante i giardini dell’agro palermitano, perché esso potesse essere tutelato “da quelle degenerazioni ed infiltrazioni” che ne avevano fatto un “mezzo specifico di sopruso e di sfruttamento” e “base ed alimento allo sviluppo di attività particolarmente pericolose”. Con tale provvedimento, pur permanendo la natura privatistica del rapporto contrattuale tra proprietari dei fondi e guardiani, quest’ultimi dovevano essere “riconosciuti” dall’autorità di P.S. e “sottoposti alle dipendenze di un ispettore e due vice-ispettori nominati dal prefetto e dipendenti per il servizio dal questore…” .

In tal modo, si poteva procedere ad una vasta epurazione del corpo dei guardiani da tutti i mafiosi e manutengoli che “proteggevano” gli agricoltori.

L’azione amministrativa di Mori si era andata, dunque, svolgendo, sin dall’esordio, secondo un preciso disegno che nasceva da una lucidissima percezione sociologica del fenomeno mafioso, individuato anche come un sistema di cerniera tra ceti dominanti e popolazione, del ceto mafioso, focalizzato come organo di mediazione che, con l’esercizio della protezione-intimidazione sui gruppi politico-economici e sulle masse rurali, si era ritagliato un suo peculiare ruolo di prestigio e rispettabilità sociale ed assicurato una consistente forza economica.

Tale sistema di cerniera era stato già duramente colpito e sconvolto mediante l’epurazione e il controllo del corpo dei campieri, dei guardiani e di ogni altro gruppo socialmente mediatore, ma occorreva ulteriormente intervenire in tal senso, per cercare di eliminare le forme di mediazione parassitaria, laddove si manifestavano con maggiore ampiezza sociale, notevole significazione economica e conseguente radicalizzazione.

Bisognava, cioè, colpire la rendita parassitaria della gabella che era la solida base economica della più potente mafia agraria espressa appunto mediante la figura del gabelloto. Anche su questo punto insisteva la pubblicistica fascista palermitana la quale affermava che il fascismo non era disposto ad assumere il ruolo di “campiere” dei latifondisti e dei gabelloti e non si rassegnava a diventare “un comodo schiavismo a favore delle zone parassitarie” ; per denunciare, infine, che “la pressione dei ceti parassitari… è ancora così forte che la nuova vita stenta ad aprirsi un varco…” .

La lunga pressione dei sindacati fascisti dei lavoratori agricoli, da una parte, e quella del governo fascista, tramite il prefetto Mori, dall’altra, avrebbe infine conseguito un risultato importante. Nel giugno del 1927, tra la federazione dell’agricoltura e la confederazione fascista dei lavoratori agricoli, veniva stipulato un patto, in base al quale venivano “eliminati i gabelloti che non esercitavano nel fondo gabellato l’industria agricola” , col ripudio, quindi, di “tutte le forme di intermediari e di subgabelloti, ed ogni altro tipo di sfruttamento diretto ed indiretto della proprietà e del lavoro” .

I risultati non si sarebbero fatti attendere molto. Nel giro di pochi mesi, nella sola provincia di Palermo potevano essere liberati dai gabellati mafìosi ben 320 fondi, per una superfìcie complessiva di 280.000 ettari . La mafia veniva così vulnerata gravemente nel suo braccio economico ed armato più consistente, liberandosi ampi spazi dove lo Stato adesso avrebbe potuto esercitare la sua funzione economica, civile, educativa.

A coronamento di questo momento repressivo, condotto, come abbiamo visto, con moderne intuizioni organizzative e tattiche nell’utilizzazione, sul territorio, delle forze dell’ordine, e con norme amministrative penetranti ed efficaci, al fine di sconvolgere e colpire i meccanismi più riposti della presenza mafiosa, si istituiva, col decreto legge 15 luglio 1926, il confino di polizia, per isolare ugualmente quelle persone, a carico delle quali, considerata la complessità e particolarità del fenomeno mafioso, non si fosse raggiunto, nonostante la abbondanza degli indizi, la prova giudiziale per una condanna. Una commissione provinciale, presieduta dal prefetto, avrebbe potuto comminare il confino da 1 a 5 anni, a carico di quelle “persone designate dalla pubblica voce come capeggiatori, come complici o favoreggiatori di associazioni aventi carattere criminoso o comunque pericolose alla pubblica sicurezza” .

 

 

 

10) – L’azione giudiziaria

 

 

Ma a riprova, ancora una volta, che il successo della lotta contro la mafia non può ne deve giudicarsi in senso restrittivo e limitato, come espressione di una volontà dello Stato calata dall’alto, come la manifestazione della forte personalità del “prefetto di ferro”, bensì il risultato conseguito grazie alla formazione di un globale clima politico e civile di rigenerazione morale e sociale, suscitato dal fascismo, occorre dare uno sguardo all’opera della magistratura. Questa, – grazie ad un valoroso gruppo di eletti magistrati: Mirabile, Luigi Malaguti, procuratore del Rè a Termini, Ferdinando Umberto Di Blasi, giudice istruttore, stretti intono al procuratore generale del Rè Luigi Giampietro, “che ne era l’animatore e la guida inflessibi-le” – con un atteggiamento esemplare e con una interpretazione innovativa della norma giuridica, sottratta all’astrattezza e al formalismo, ed applicata, invece, alla peculiarità del fenomeno mafioso – a conclusione dei cosidetti “processoni”, svoltisi tra il 1928 e il 1929 – diede una sanzione giudiziaria, con una serie interminabile di condanne, agli arresti e alle retate di bande e cosche mafìose operati da Mori . E chi si sofferma a riflettere criticamente sul dibattito giuridico svoltosi in quegli anni, potrà, anche in questo caso, scoprire che i problemi tecnici, di carattere processuale e penale, furono gli stessi che si pongono oggi e, soprattutto, che le soluzioni che si tendono oggi ad attuare, per un’efficace soluzione giudiziaria, sono le stesse allora suggerite dal procuratore generale Giampietro, pubblicamente lodato da Mussolini nel già ricordato “Discorso dell’Ascensione”, perché “in Sicilia ha il coraggio di condannare i malviventi”, dall’avvocato generale dello Stato Scaduto e dallo stesso Mori.

Allora, come adesso, sorse il problema della “legittima suspicione”: “riaffiorò, cioè, …il dubbio che le giurie isolane potessero subire l’effetto delle immanchevoli pressioni da parte delle famiglie dei giudicabili” e si ebbe la tentazione di un eventuale trasferimento dei processi in Corti di Assise non siciliane. Una tentazione cui si oppose, oltre a gran parte della magistratura palermitana, lo stesso Mori e non solo per là convinzione dell’insufficienza a giudicare da parte di giurie estranee che “non potevano comprendere la complessa situazione donde i malanni traevano origine”, ma, soprattutto, perché lo svolgimento dei processi nell’ambito territoriale siciliano doveva essere, ancora una volta, la “prova tangibile del movimento di reazione spirituale e materiale determinatesi in Sicilia contro la mafia” .

Ma ben altri problemi si prospettavano, alla vigilia dello svolgimento dei processi giudiziari, che minacciavano di vanificare nei labirinti del formalismo giuridico i successi conseguiti sul piano militare e psicologico.

Il commentatore giudiziario del “Giornale di Sicilia”, muovendo da preoccupazioni di carattere formale, contestava l’utilità del “processone”, affermando che esso minacciava di “lasciare buon gioco all’elemento infido che potrebbe, se opportunamente scisso in piccoli nuclei, fornire preziosi elementi per la ricerca della verità e ne diventa, invece, l’ostacolo maggiore, perché di fronte ad un vasto, e talvolta indefinito aggregato di materiale d’accusa, si mantiene reticente…”. Nella realtà, egli si rendeva portavoce di quegli ambienti i quali affidavano ad un garantismo formalistico le ultime risorse di difesa della mafia, specie di quella fino allora protetta dall’apparente perbenismo, nel momento in cui obiettava che “quella comunanza di obiettivo che tanta profìcua è nelle operazioni di polizia è altrettanto nociva nella minuziosa cernita del procedimento istruttorie, poiché includendo un numero troppo vasto di giudicabili in un’unica inquadratura, i contorni dei singoli reati da esaminare vengono a sfumare e danneggiano l’efficacia dello accertamento delle singole responsabilità” e ambiguamente poneva l’accento sul “proscioglimento dei rei o la condanna degli imputati innocenti: due pericoli che diventavano maggiori davanti ad una Corte d’Assise” . Obiezioni che però venivano liquidate dal procuratore generale Giampietro che, nel corso della sua Relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 1928, prendendo lo spunto dai casi impugnati di proscioglimento in istruttoria, stigmatizzava che “ancora non sia stata ritenuta la importanza della prova giudiziaria tutt’affatto speciale nei processi di mafia”, aggiungendo: “…Se i detenuti appartengono alla mafia, se elementi varii dimostrano la loro unione ad altri i quali hanno commesso delitti o fatti che la proporzione o il tentativo di questi dimostrano, ad essi non sarà imputabile la correità morale di questi ultimi, ma non potrà escludersi la responsabilità dell’associazione: la società mafiosa attiva ed operante è per se stessa un’associazione a delinquere” .

E proseguiva, molto decisamente, che “la dichiarazione processuale fatta dagli ufficiali e dagli agenti della polizia giudiziaria… assurge all’importanza di vera e propria prova da non potersi ritenere priva di efficacia giuridica, perché quelle dichiarazioni di testi che vivono nei luoghi ove i fatti avvennero, che li hanno quotidianamente in ogni modo constatato, onde non solo della veridicità, ma anche della efficacia probatoria di essa, non è da dubitare” . Tesi cui accedeva, l’anno dopo, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 1929, con ulteriori argomentazioni, l’avvocato generale dello Stato Scaduto, per il quale non si deve pretendere dalla pubblica accusa “la prova matematica dell’organizzazione delittuosa, per affermare la colpabilità degli imputati. In questo genere di reati, difficilmente l’opera indagatrice della polizia può raggiungere la prova apodittica del “vinculum sceleris” che avvince i denunciati, aggiungendo che “quando gli atti delittuosi vi sono stati e del genere specificato dall’aricolo 248 C.P.P., quando tali atti appaiono tra loro concatenati e rispondenti ad un piano di attività criminosa, che non può essere del singolo delinquente sociale o di una azione collettiva che vieppiù atterrisce e maggiormente turba la pace sociale; quando il timore di danno più grave ha consigliato i danneggiati del delitto a tacere e a procurarsi la restituzione del tolto, previo corrispettivo pecuniario; quando la polizia giudiziaria, con abile fiuto, ovunque penetrando, ovunque cogliendo impressioni, lamenti, notizie larvate, accuse, sospetti, si è formata ed ha potuto infondere la sua convinzione per tutto un complesso di elementi gravi e concordanti, che l’associazione esiste e ne individua i soggetti che la compongono, si ha in tal caso un materiale di buona fonte che concretizza quanto basta per il convincimento della   sussistenza del reato” .

In definitiva, nell’ambito normativo di un codice penale in   cui non era prevista la fattispecie del reato di associazione a   delinquere di tipo mafioso, il procuratore Giampietro, ai fini   dell’accertamento dei reati consumati da imputati mafiosi, rivendicava “un rigido spirito di critica processuale, maggiore   percezione della condizione ambientale”: ciò per evitare assoluzioni che determinino “la sfiducia della popolazione nella   efficacia repressiva della legge e nei dubbiosi confermi la   convinzione della invincibilità della mafia”.

Ma il conflitto tra le opposte tesi, circa la identificazione o meno, nella fattispecie dell’associazione a delinquere, del vincolo mafioso non si sarebbe, perciò, rapidamente concluso, che esso, anzi, si sarebbe trasferito dalla sfera pubblicistica e dall’ambito dibattimentale nelle sedi più strettamente scientifico giuridiche.

Ad argomentare la tesi garantista, che rifiutava il “vinculum sceleris” nel rapporto tra mafiosi, soccorreva ancora la concezione romantico popolare del Pitré, secondo il quale “mafia” “valse e vale sempre bellezza, graziosità, perfezione,   eccellenza nel suo genere”, lamentando “il triste ufficio a cui è   stata condannata la voce mafia, la quale era fino a ieri   espressione di una buona cosa e innocente, ed ora è obbligata   a rappresentare cose cattive” .

Giuseppe Mario Puglia, pur non rivendicando ormai la mafia sotto tale fattura romantica, tuttavia rifiutava la definizione di mafia come “riunione di persone legate da un fine criminoso”, attestandosi prudentemente a riconoscerla come “una morbosità psichica insita – con altri pregi e difetti – nel popolo siciliano” . Era, però, quanto gli bastava per affermare, parlando di quest’ultima valutazione, che il legame intercorrente tra i mafiosi non si poteva certamente considerare   di carattere organicamente delittuoso, bensì semplicemente “istintivo”, il quale solo se “intervenisse la volontà all’uopo necessaria, potrebbe degenerare – fra delinquenti – in favoreggiamento, complicità, e anche in volontaria associazione per delinquere, ma che allo stato puro, cioè di simpatia bio-psicologica, non deve confondersi col “vinculum sceleris” .

Ed era la premessa necessaria per attaccare in dottrina la sentenza della Corte di Appello di Palermo che aveva condannato, appunto, per associazione a delinquere, i mafiosi di Partinico, perché “qualunque fosse stato l’originario significato della parola mafia…. è certo che i verbalizzanti e le persone di contro interrogate ne hanno parlato nel significato di delinquenza organizzata nell’unità di fine e di azione e mafiosi chiamano gli appartenenti alla stessa” .

Di fronte a tesi, come questa del Puglia, che, consciamente o incosciamente, si riducevano a tentativi di copertura e difesa di un tipo di società che doveva essere superata, non si ergevano, però, soltanto le argomentazioni già citate di magistrati come Giampietro e Scaduto o di giudici come Ferdinando Umberto Di Blasi , particolarmente impegnato a portare al pubblico dibattimento atti istruttori elaborati e precisi, ma anche la nuova scienza giuridica e una leva di giovani magistrati. E tutti insieme riflettevano una coscienza giuridica che interpretava una nuova più alta dimensione civile, il respiro più ampio e profondo di una nazione che emergeva sempre più sulla scena della storia come protagonista di una grande civiltà.

Particolarmente impegnato in questo senso si dimostra lo studio elaborato da Giuseppe Guido Lo Schiavo che liquidava le superficiali analisi del fenomeno mafioso, ancora legate alla interpretazione demopsicologica del Pitrè, documentando l’evoluzione del fenomeno stesso dai primi anni dell’unità           d’Italia sino all’inizio del secolo e poi agli anni Venti: un iter, afferma il Lo Schiavo, nel corso del quale si riscontra all’inizio “non solo l’affermazione antigiuridica della “mafia”, ma addirittura l’organizzazione sociale dei “mafiosi” in “società di cosidetto mutuo soccorso, che erano vere e proprie associazioni           per delinquere”, poiché “ogni comune aveva la propria mafia, cioè il proprio aggregato di mafiosi, dipendente da uno o più capi, subordinati quasi a un capo supremo”, e, infine, una vera e propria organizzazione confederale formata da “staterelli che si corrispondono per vibrazioni tentacolari invisibili da un punto all’altro della regione: dovunque c’è “un mafioso”, c’è un gregario diretto o indiretto del centro propulsore” .

Un’analisi che dimostra, anche in questo caso, la modernità della ricerca, se sessanta anni dopo i magistrati palermitani impegnati nello svelare le dimensioni del fenomeno mafioso degli anni ’70, sono pervenuti alle stesse conclusioni con la individuazione della cosidetta “cupola”.

“Se queste, senza reticenze o veli pietosi, era la “mafia” di sei anni or sono” – argomentava il Lo Schiavo nel suo saggio del 1933 – “siamo avventati ovvero esagerati quando affermiamo che “mafia” si identifica con “associazione per delinquere”, poiché in essa ricorrono tutti gli estremi di legge per costituire il gravissimo reato, che affliggeva e disonorava una intera regione?” .

Non ci sembra necessario, data la matrice puramente storiografica del nostro lavoro, addentrarci ulteriormente nell’analisi giuridica del Lo Schiavo o citare altri studiosi. Qui ci preme concludere che fu grazie a questa provvida interpretazione innovativa del fenomeno mafioso, misurabile sull’impegno morale e civile della magistratura palermitana, forgiata da una temperie politico-culturale che finalmente, anche in Sicilia, faceva conoscere lo Stato sotto il profilo etico, con un intervento diretto che non tollerava alcuna delega alla mediazione delle antiche forze egemoni siciliane, che la debellatio antimafiosa di Mori potè raggiungere i suoi fini con la sanzione giudiziaria .

Si aggiunga a ciò la vigilanza attenta e continua di Mussolini che personalmente intervenne spesso, con telegrammi e lettere, per l’accelerazione dei processi, le cui lungaggini procedurali minacciavano di apparire, di fronte all’opinione pubblica, come manifestazioni della capacità, da parte degli ambienti mafiosi, di saper resistere alla stessa offensiva dello stato fascista, la cui efficienza e tempestività d’azione rischiavano di essere oscurate e appannate, con effetti avvilenti per la lievitazione in atto della nuova coscienza antimafiosa della Sicilia. Tracce dell’intervento di Mussolini, in tal senso, esistono già in un telegramma a Mori del novembre del 1927, in cui, a causa del prolungarsi del processo alla mafia di Termini Imerese, si esprimeva la preoccupazione che “la liquidazione giudiziaria della mafia, conditio sine qua non per la liquidazione sociale della medesima, non sarà esaurita prima dell’anno 2.000” . Qualche mese dopo, il capo del governo interveniva nuovamente sull’argomento, sollecitando a “studiare modo che futuri processi si svolgano con un ritmo più consono ai tempi, cioè più fascisti” .

E così ancora nel febbraio e nel marzo del 1928 .

Centinaia e centinaia di condanne si abbatterono non soltanto su delinquenti, malavitosi, banditi e manutengoli, ma su tanti rispettabili “galantuomini” e “colletti bianchi”: sindaci, consiglieri comunali e provinciali, avvocati, sacerdoti, medici e farmacisti. Il vecchio “gotha” della mafia, assieme a quello che sarebbe stato il nuovo, nel secondo dopoguerra, assurto anche a considerevole prestigio istituzionale: da Ciccio Cuccia a Santo Termini, sindaci di Piana dei Greci e di San Giuseppe Jato, da Francesco Badolato a Gaspare Tedeschi, sindaci, rispettivamen-te, di S. Cipirrello e di Villafrati, dal commendatore Bongiorno, consigliere provinciale di Caltanissetta, a Vito Cascioferro di Bisacquino fino a don Calò Vizzini e Genco Russo, futuri sindaci democristiani, nel postfascismo, di Villalba e Mussomeli – fu liquidato con anni e anni di carcere e di confino .

I risultati furono evidenti, per quanto riguarda la situazione dell’ordine pubblico: a distanza di due anni dalle pur significative cifre che Mussolini aveva dato nel “Discorso dell’Ascensione”, Cesare Mori, nel corso di una manifestazione elettorale per il plebiscito, svoltasi, nel marzo 1929, al Teatro Massimo di Palermo, poteva presentare un bilancio di rilevanza straordinaria, per un’isola secolarmente flagellata dal fenomeno della delinquenza e del brigantaggio: omicidi: .1925:268; 1928:25; rapine: da 298 a 14; estorsioni: da 79 a 6; grossi abigeati- da 45 a 6; )

Un bilancio che configurava una vera e propria pace sociale e civile – entrata ormai nella leggenda con il detto popolare oggi ricorrente: “Si poteva dormire con le porte aperte” – e che si era potuto conseguire non soltanto con l’azione poliziesca e giudiziaria, ma con la presenza di uno Stato che aveva saputo calarsi nella coscienza dei siciliani, a tal punto da riceverne la collaborazione e il consenso nella lotta contro la mafia e la delinquenza. E quanto ribadiva lo stesso Mori quando affermava: “Signori, il Fascismo non ha considerato la lotta contro la mafia e la delinquenza in Sicilia come una semplice operazione di polizia, ne ha mai pensato che la Sicilia fosse tale da attendere la sua rinascita da provvedimenti di pubblica sicurezza. È perciò che il fascismo considera la lotta contro la mafia e la delinquenza non come fine a se stessa, ma semplicemente come mezzo a sgombrare il territorio di ciò che maggiormente fino a ora si oppose allo sviluppo delle sane e poderose energie donde l’isola è ricca” .

Ne si trattava di dichiarazioni estemporanee, perché questa ispirazione fondamentale era già presente nell’azione dell’uomo – spesso distortamente, e non causalmente, presentata come un’esclusiva azione militare-repressiva – in termini lucidamente programmatici, quando affermava “che la lotta non doveva essere campagna di polizia in più o meno grande stile, ma insurrezione di coscienze, rivolta di spiriti, azione di popolo” .

 

 

 

11) – La bonifica psicologica

 

 

Questa nuova fase fu gestita da Mori, con la collaborazione dei quadri del P.N.F, percorrendo in lungo e in largo le campagne della Sicilia Occidentale, con un’azione tendente a calare nella psicologia delle masse contadine la superiore forza dello Stato, la sua funzione eroica e missionaria, in contrapposizione alla barbarie della delinquenza e alla viltà ed ipocrisia della mafia. Mussolini aveva avuto modo di cogliere la natura morbosa del fenomeno mafioso che, pertanto, non poteva certamente vincersi soltanto col ferro e col fuoco. Ciò sapeva bene lo stesso Mori che, già precedentemente, si era cimentato nel terreno della lotta alla mafia non soltanto con l’azione di polizia ma anche con la riflessione intellettuale, che adesso riproponeva in forma solenne, nel momento in cui riceveva dal         professore Salvatore Riccobono, preside della palermitana Facoltà di Giurisprudenza e alla presenza del Rettore, professore Ercole, e di tutto il corpo accademico, la laurea “honoris causa” e pronunciava il discorso inaugurale per un ciclo di conferenze giuridico-sociali-economiche dell’Università. “La mafia: un’at-         titudine morbosa specifica di determinati elementi” – spiegava, con innegabile tono professorale, Cesare Mori – “che si realizzò traducendosi in un sistema di oligarchie locali germinate spontaneamente o importate le quali, solidali nella comune         discendenza, stringevano l’isola in una rete di ferro ad unico filo conduttore ed agivano polarizzando a sé malvivenza e popolazione sul terreno di un compromesso inteso a rendere la mafia arbitra tra le due in un clima di omertà che era astrazione dallo stato ed offesa ad ogni precetto legale, ad ogni legge morale         e ad ogni senso di civile dignità” . L’aspetto relativo alla formazione di una coscienza antimafiosa era messo in rilievo anche da Alfredo Cucco, quando scriveva ai quadri del fascismo palermitano che “il popolo siciliano dalla nostra opera educativa deve essere condotto a vincere ogni forma di mafia, di omertà, ogni sistema di pensiero e di spirito, che incoraggi comunque le segrete e criminali organizzazioni” .

Bisognava, perciò, combattere la mafia, nelle sue manifestazioni delinquenziali, col ferro e col fuoco, ma, sotto l’aspetto di “morbosità psìchica” doveva essere fronteggiata con un’offensiva psicologica che poteva scatenare soltanto un uomo come Mori il quale fermamente credeva che “polizia, in se stessa, sia soprattutto psicologia; nella funzione, civile milizia; nel fatto, azione” .

Questa immensa opera di bonifica psicologica venne condotta, sublimando in autentiche sagre popolari, concluse con il rito religioso in un’aura di profondo misticismo, gli incontri con le popolazioni rurali, dove lo Stato si presentava ora sotto l’aspetto cavalleresco, sollecitando nei campieri il sentimento dell’onore, prima distorto in senso mafioso, a favore del cittadino, tanto più se debole e indifeso; ora suscitando l’amor proprio, lo stesso carattere ribelle del siciliano, ma non più in senso antisociale, bensì contro il sopruso e l’imposizione della mafia; uno stato che si manifestava ancora icasticamente come garante di giustizia, a tutela dei beni, quando rendeva un atto burocratico-amministrativo, quale la marchiatura degli animali, una festa gioiosa celebrata assieme ai mandriani, ai pastori e ai contadini; ed ancora, in veste consolatoria, nell’offrire l’assistenza, in funzione socialmente redentrice, ai figli dei delinquenti che aveva duramente perseguitato.

E così, nella conca di Roccapalumba, nella tersa mattina primaverile del 13 maggio 1926, sullo sfondo di un suggestivo scenario naturale – e in un clima di tensione morale e religioso molto simile a quello delle cavalieresche sagre medievali ai 1200 tra guardiani e campieri, soprastanti e curateli – “gente adulta, gente giovane, tutta abbronzata dal sole, ma vigorosa per l’azione dell’aria libera” – vestiti con la “bunaca”, la tradizionale giacca dei “burgisi”, col fucile in spalla e schierati in fila sulle lucide cavalcature, per prestare il giuramento di fedeltà allo Stato, Mori ricordava che la proprietà privata, prima difesa con ricorso “ad uomini non sempre raccomandabili”, doveva essere da loro adesso garantita “per virile affermazione di diritto, per forza di legge e, dove occorresse, per forza di armi” .

Allo stesso modo, a Piana dei Greci, il lunedì di Pasqua del 5 aprile 1926, al cospetto della “caratteristica cavalleria dei contadini”, di schiere di giovani donne vestite coi tradizionali costumi albanesi, e di tutto un popolo festante, ancora Cesare Mori dichiarava che la stessa Piana dei Greci, epurata dalla mafia e dal suo sindaco mafioso, veniva “solennemente consacrata a se stessa ed all’avvenire di tranquilla prosperità” .

Anche il rinnovato corpo dei guardiani ebbe il suo battesimo solenne: in occasione della Festa del Lavoro del 21 aprile 1927, “i guardiani della conca d’oro”, dopo aver sfilato in piazza Politeama, di fronte ad una marea di folla, “inquadrati ed armati”, gagliardetti in testa, “levarono alto e possente il grido di giuramento e di lealtà nei confronti dello Stato”, mentre i palermitani prorompevano “in un interminabile entusiastico grido di consenso, di gioia e di liberazione” . “La mafia, la sanguinaria mafia della Conca d’Oro” – commentava Mori -“perdeva di un tratto il suo più valido mezzo d’azione” . Un vecchio settantaduenne, spettatore della suggestiva cerimonia, avrebbe dato la sua voce a quella che ormai è diventata una straordinaria leggenda che si è già trasmessa per più generazioni: “Ho 72 anni, ma muoio tranquillo perchè vedo che nelle campagne regna ormai la pace” .

Al fine, poi, di “determinare negli ambienti stati d’animo revulsivi…”, tali da “far sentire alla mafia, insieme con la violenta trazione dall’esterno, uno spirito espulsivo ambientale”, a Gangi, il paese in cui la delinquenza era stata espugnata “manu militari”, lo stesso Mori, al di là dell’ammirazione passiva della popolazione, che riconosceva ormai in lui il mito leggendario dell’eroe vindice e invitto, suscitava la partecipazione attiva, stimolava le qualità eroiche del cittadino siciliano nella lotta contro la delinquenza: “Voi non avete paura del moschetto, ma della nomea di “sbirro” – ammoniva il prefetto di ferro – davanti a una marea di coppole nella raccolta e suggestiva piazza trecentesca del centro madonita – “Avvezzatevi a considerare che la lotta contro chi delinque è dovere del cittadino onesto… Ribellatevi alle imposizioni, alle taglie, ai soprusi. Difendetevi, contrattaccate! Io vi darò tutte le armi che possano occorrervi, ad un patto: che le adoperiate” .

La collaborazione dei cittadini, nella stessa lotta armata contro la delinquenza e la mafia, veniva riconosciuta quando, alla fine del 1926, nel corso di una pubblica cerimonia a Bisacquino, nella piazza Triona gremita di popolo, lo stesso Mori conferiva la medaglia d’argento al valore civile al contadino Vincenzo Marino che aveva reagito con le armi a un tentativo di rapina, uccidendo uno dei malfattori e catturando l’altro. “Contadino Marino! … Io non intendo soltanto rendere il mio tributo di omaggio al vostro valore” – disse Mori nel suo discorso – “ma dimostrare a voi e a tutti che … il governo di Benito Mussolini ieri, oggi e sempre, qui e dovunque, è coi valorosi, coi coraggiosi, con tutti coloro che ieri o domani nelle trincee di guerra, ed oggi nelle trincee del lavoro, in nome della Patria e della dignità civile, nazionale e umana, sentono e sanno compiere il proprio dovere di italiani, di cittadini e di lavoratori fino al sacrificio di se stessi”. In tal modo il “prefetto di ferro” sollecitava “la redenzione della Sicilia per virtù dei suoi figli stessi” e non soltanto, quindi, col grido “Abbasso la mafia! Abbasso la malvivenza!” che era echeggiato nella piazza, ma con quello di “Addosso alla mafia! Addosso alla malvivenza”.

Qualche settimana dopo, il rapporto di amore-gratitudine tra Mori e il paese dei Gangi veniva rinnovato al Teatro Massimo di Palermo, in occasione del congresso provinciale della federazione fascista palermitana, con la consegna, da parte delle donne di Gangi, di uno “scapolare” – il mantello dei contadini delle Madonie – al “prefetto contadino” che così ringraziava: “A voi signore elettissime della provata e generosa Gangi qui venute in atto di suprema gentilezza ad onorarmi … io affermo anzitutto solennemente qui che il tempo degli incubi, delle ansie, delle angosce, degli improvvisi lutti sanguinosi, è finito per sempre”.

A Castronovo, infine, nell’offrire dei contributi assistenziali ai figli dei carcerati, si esprimeva fiducia, sia pure ancora nei limiti di una fede ottocentesca ed in una cornice di fattura quasi deamicisiana, nel progresso morale, in virtù della semplice opera educativa: “Bambini, voi oggi non capite il significato di questa cerimonia, ma ricorderete un giorno questa giornata, ed allora ricorderete queste mie parole, le parole di quest’uomo contro il quale qualcuno dei vostri padri ha pienamente inveito: ebbene, ricordate la mia parola e che essa sia parola d’onore, di bontà, di fede, parola di Dio, parola di prossimo … siate uomini onesti, coraggiosi e forti e che le vostre mani non maneggino altre armi se non quelle della difesa della patria”.

 

 

12) – L’azione educativa

 

 

Ma, al di là di queste iniziative che, molto opportunamente, tenevano conto della natura elementare dell’anima popolare siciliana e delle sue antiche sedimentazioni culturali, su cui si faceva leva per ottenerne effetti catartici dal punto di vista individuale e sociale, o di proposte educative che, nella         concezione di Mori, rimanevano pur sempre legate a modelli ottocenteschi, in Sicilia c’era adesso la moderna cultura idealistica che assumeva l’iniziativa ed affidava alla scuola – già riformata da Gentile, secondo un indirizzo pedagogico che, al di là della preparazione nozionistica, in rispondenza alle ispirazioni della filosofìa attualistica, puntava alla formazione delle coscienze – il compito di svelare e di mettere a nudo gli aspetti tribali e mostruosi della subcultura mafiosa che dovevano apparire ripugnanti per le nuove generazioni educate a una sublime concezione dello Stato e a una solidaristica visione della società.

Era quanto, appunto, proponeva “Sicilia Nuova”, attraverso la prosa di Rampolla del Tindaro, secondo cui la mafia doveva “essere combattuta nelle scuole”, per “educare l’animo della gioventù alla ripugnanza per ogni forma di omertà”.

Ed era quanto accoglieva lo stesso Mori, che già aveva inserito il momento educativo nel suo programma di bonifica dalla mafia e, perciò, adesso coglieva al volo i suggerimenti provenienti dalla nuova cultura, rivolgendo un appello agli insegnanti fascisti siciliani convocati al Teatro Massimo di Palermo, il 16 giugno 1926, in un convegno regionale, “perché scendessero in campo al [suo] fianco, portando l’istinto della lotta contro la mafia e la malvivenza nell’animo della giovane generazione”. Assumeva, quindi, l’iniziativa di un concorso per un premio da assegnare ad un libro che “considerando principalmente i fenomeni della mafia e dell’omertà, miri a sfatare le leggende e i pregiudizi che da essi discendono, a correggere le deviazioni e le deformazioni spirituali ed etiche che ne derivano … a conseguire nella massa … la esatta nozione e la corretta valutazione dei rapporti che… debbono intercedere tra l’individuo e l’ordinamento sociale …”. Un libro che poteva conseguire l’obiettivo programmatico di “avviare la formazione di una nuova coscienza da raggiungere nel tempo – il quale ha in questo campo una funzione positiva propria e necessaria che non soffre restrizioni – principalmente con l’educazione, specie dei giovani”.

 

 

 

13) – La bonifica economica e sociale

 

 

Tuttavia, non sfuggiva certamente che l’opera dello Stato in Sicilia, benché fosse riuscita in pochi anni a togliere ogni rilevante funzione politica ai vecchi ceti dominanti e a debellare la delinquenza, a dissolvere la distorta ed inquietante funzione della mafia, non poteva risultare stabilmente innovativa, efficace e duratura, se il panorama sociale non si fosse trasformato attraverso un’incisiva azione economica, al fine di creare, per le popolazioni rurali, civili condizioni di vita ed un miglioramento dello status sociale.

Un’esigenza che Mussolini aveva dimostrato quanto fosse chiara nella sua coscienza politica, quando aveva collocato in uno stesso quadro concettuale di globale rigenerazione della Sicilia, la lotta alla mafia e la questione sociale. Ancora prima che a Girgenti affermasse la sua volontà politica di combattere la mafia, a Palermo aveva avvertito tutta l’urgenza della questione sociale: “Io conosco i molto antichi e per molto tempo inappagati bisogni! So quello che vi occorre. Potrei numerare i paesi ed i comuni che non hanno strade, che non hanno acqua: non ignoro la desolazione del latifondo, ne mi è sconosciuta la tragedia oscura della zolfara”.

La lotta alla mafia non poteva, quindi, essere che il primo momento soltanto di una più grande impresa volta a rinnovare e dissodare le basi antiche e secolari dell’arretratezza e dell’immobilismo: terreno di coltura dell’economia latifondistica, della rendita parassitaria, del privilegio, della delinquenza e della mafia. Queste ultime erano state debellate con lo slancio attivistico, con l’impegno volontaristico, mutuati dalla esperienza bellica, secondo i modelli dell’avanguardismo futurista e dell’arditismo che il fascismo combattentistico delle origini aveva saputo travasare e infondere, anche in Sicilia, nei quadri della burocrazia e delle forze dell’ordine.

E, infatti, l’onorevole Michelangelo Abisso, nel corso di una lunga arringa pronunciata, nel gennaio del 1929, come patrono di parte civile nel “processone” contro la mafia interprovinciale, aveva precisato: “la vittoria contro la delinquenza non è un fatto isolato: essa va inquadrata nel nuovo ordine di cose, nel nuovo metodo di governo, in breve, è la più tangibile manifestazione dello stato forte e veramente sovrano, contro il cui potere si infrangono gli arbitri e le licenze di individui e di classi”.

Adesso bisognava andare avanti per rimuovere, appunto, le basi storiche dell’arretratezza, perché la Sicilia potesse immettersi finalmente – economicamente, socialmente e civilmente – nel quadro nazionale.

Un programma che, non certo casualmente, anzi in modo significativo, lo stesso Abisso poteva tracciare proprio a conclusione della citata arringa: “Debellato il male” – affermava il deputato fascista di Sciacca – “occorre far seguire quella che i medici chiamerebbero cura ricostituente, occorre ritemprare l’organismo, in modo che possa vittoriosamente resistere ad un nuovo attacco. Occorrono strade principali e soprattutto agrarie attraverso le quali il lavoro e la civiltà possano toccare quelle zone remote e deserte che furono solo accessibili alla barbarie e al delitto, occorrono borgate e case rurali che saldino sempre più il contadino e la sua famiglia alla terra che egli feconda, occorrono acqua e luce, telefoni e scuole che vincano gli ultimi residui di analfabetismo e di ignoranza, occorrono opere di irrigazione e di bonifica che consentano un più intenso sfruttamento delle aride zolle ed impediscano il depauperamento della razza, insidiata dalla malaria, occorrono la piccola proprietà ed una sempre più illuminata giustizia nei rapporti tra lavoro e proprietà, sempre chiusa nella concezione gretta del privilegio e restia alle influenze delle correnti nuove, che travolgano le dighe e aprano irresistibilmente le vie dell’avvenire”.

Un programma che, nel comprovare la lucidità del quadro politico-ideologico, in cui il problema siciliano era inscritto, richiedeva però un impegno di tipo diverso da quello di Cesare Mori e che lo stesso “prefetto di ferro” aveva acutamente intuito, quando aveva affermato, e lo abbiamo già ricordato, che: “la lotta contro la mafia non poteva essere considerata soltanto come una semplice questione di polizia”.

Un programma, perciò, che richiedeva un’azione corale di tutti gli organi dello Stato, con l’ausilio della classe politica, delle organizzazioni di categoria e del sindacato, in direzione di tutti i settori della vita siciliana.

La missione di Mori fu, perciò, ritenuta compiuta da Mussolini, dopo ben cinque anni di permanenza in Sicilia, non perché il “prefetto di ferro” mirasse a colpire sempre più in alto, come affermato da certa storiografìa antifascista -che nei frangenti più difficili il capo del governo non aveva mancato anche per vicende discutibili, di essere vicino e solidale a Mori con forza e convinzione – ma perché l’operazione, fin dall’inizio, era stata giustamente considerata straordinaria, onde pervenire ad una normalizzazione del quadro dell’ordine pubblico, anche nella accezione più vasta di risanamento morale e di bonifica sociale, dai fenomeni più inquinanti e devianti della società siciliana. Questa normalizzazione, grazie all’opera di Mori, era stata raggiunta con la clamorosa azione di polizia e con la definitiva sanzione giudiziaria data dagli organi della magistratura: adesso, come d’altronde affermava lo stesso Mori, bisognava provvedere “allo sviluppo delle sane e poderose energie donde l’sola è ricca”.

Tutto ciò richiedeva un’articolata azione politica, finanziaria ed economica, al fine di realizzare nella campagna siciliana una serie di opere infrastrutturali di bonifica, ma soprattutto tendente a coinvolgere la vecchia rendita in un processo di trasformazione della struttura dell’agricoltura siciliana in senso imprenditoriale e produttivistico, a frantumare la realtà economica e sociale del latifondo, con l’appoderamento dello stesso e la creazione di un ambiente umano, sano e civile.

Si trattava di un programma che già aveva avuto la sanzione legislativa ed una solida base finanziaria con la cosidetta “legge Mussolini” del 1928, che riprendeva e rilanciava su larga scala la politica di “bonifica integrale”, intrapresa, già da qualche anno, da Arrigo Serpieri e che si inquadrava in quello che è stato definito il processo di ruralizzazione, cioè la creazione di un’agricoltura dotata di notevoli supporti infrastrutturali, tecnicamente evoluta, in grado di esprimere un sforzo produttivistico, tale da poter reggere il confronto con l’industria e dar vita, perciò, ad uno sviluppo economico equilibrato . Un programma che si prospettava come un intervento di straordinaria portata, soprattutto per la redenzione e lo sviluppo del paesaggio agrario meridionale, ma che, proprio nel Mezzogiorno, avrebbe tardato a decollare, sia per le remore frapposte dalla grande proprietà, restia ad investire finanziariamente la propria rendita per l’esecuzione di opere pubbliche, sia, soprattutto, a causa della crisi finanziaria ed economica mondiale, dopo il “venerdì nero” del 1929, che avrebbe richiamato le risorse finanziarie dello Stato, prima, per la salvezza e, poi, per il rilancio del settore industriale

Ma, superata la crisi, la Sicilia sarebbe rientrata, soprattutto con la vittoriosa conclusione, dell’impresa africana, in un nuovo e vasto programma di redenzione e di decollo economico e sociale.

Per una nazione che sembrava, ormai irresistibilmente, protesa verso l’Africa ed il Vicino Oriente, il Mediterraneo, dopo quattro secoli di decadenza, si apprestava a recuperare il ruolo di protagonista che aveva avuto sin sulle soglie dell’età moderna. E per la Sicilia, diventata il “centro geografico dell’Impero”, sembrava dischiudersi veramente, come Mussolini dichiarava di fronte all’immensa folla palermitana del 20 agosto 1937, un’epoca “tra le più felici che …abbia mai avuto nei suoi quattro millenni di storia” .

L’assalto al latifondo, con il suo programma grandioso di bonifiche, di colonizzazione, di appoderamento e con le sue prime realizzazioni, avrebbe dato la prova tangibile che l’opera intrapresa dal fascismo con Mori, per la liquidazione di un passato di emarginazione, procedeva verso la trasformazione sociale ed economica, per un rinnovamento globale della vita isolana.

La guerra e la disfatta avrebbero travolto anche le speranze. Ma è oltremodo significativo che il fronte agrario-mafìoso si sia ricomposto, tra il ’42 e il ’43, e quindi già in un momento di grave crisi dell’Italia fascista, proprio in avversione all’iniziativa di liquidazione del latifondo siciliano, fino a ricostituirsi come autentico blocco, prima a sostegno dello sbarco alleato, nel luglio del ’43, poi come struttura portante, anche istituzionale, della Sicilia antifascista .

Così come è ugualmente significativo che il fascismo sia rimasto radicato nella coscienza collettiva del popolo siciliano, fino ad assumere i caratteri del sogno e della leggenda, con sentimenti di rimpianto e di nostalgia, proprio in virtù della lotta antimafia, dell’impresa africana e dell’assalto al latifondo: i tre momenti di una intensa stagione di speranze che è rimasta, ancora una volta, un ulteriore “risveglio onirico” per una Sicilia la cui anima, adesso, “giace strangolata nel sottosuolo della storia” (155).

GIUSEPPE TRICOLI

 

NOTE

 

  1. Petacco – II prefetto di ferro – etc.. cit. pp. 86 sgg.